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IL DIRITTO / IL ROVESCIO L’inesauribile corrente delle parole

 

di: André Aciman

Stasera vi parlerò di due cose: prima voglio esaminare una parola, una parola soltanto, e poi voglio esaminare una frase, una frase soltanto. Non mi spingerò oltre, promesso. Questa parola e questa frase sono intimamente collegate e, come vedrete, proclamano entrambe la mia profonda antipatia per ciò che chiamerò il reale – e non intendo il vero, badate bene. In soldoni, la parola «realismo» suggerisce qualcosa di reale, ma in italiano la questione risulta più complessa poiché di frequente ci si riferisce alla tradizione realista con il termine Verismo, una combinazione tra il Realismo e il Naturalismo ottocenteschi.  È il vero ciò che mi interessa, non il reale. Come vedrete, però, ciò che mi interessa davvero è l’irreale, che oggi gli esperti di grammatica chiamano irrealis.  Mi interessa e mi preoccupa ciò che non c’è e non è mai accaduto, ma che dovrebbe esserci e potrebbe essere accaduto. L’irrealis è vero, il reale è… be’, semplice prosa, null’atro che chiacchiere. Su questa idea, però, mi riservo di tornare più avanti.

Allora, iniziamo con la parola.

Alcune parole sono quasi inutili. A volte non hanno altro scopo se non aggiungere ritmo, cadenza e suono a una frase, come quegli ospiti che invitiamo a cena all’ultimo minuto solo perché non resti un posto vuoto a tavola. Parleranno il giusto, non daranno fastidio a nessuno e poi svaniranno nel nulla senza far rumore, così come sono arrivati, di solito offrendosi gentilmente di accompagnare una persona anziana al taxi più vicino. Eppure nessuna parola è inutile di per sé e nemmeno la si dovrebbe lasciar morire, semplicemente perché la sua presenza continua a farsi sentire, come un’ombra; anzi, magari è proprio quello: un’ombra, null’altro. Perché la parola in questione è quasi.

Un veloce controllo a casaccio in alcuni miei manoscritti mi rivela i seguenti usi della parola quasi: quasi mai, quasi sempre, quasi sicuramente, quasi pronto, quasi convinto, quasi d’impulso, quasi come se, quasi subito, quasi ovunque, quasi gentile, quasi crudele, quasi eccitante, quasi a casa, quasi addormentato, quasi morto.  «Non ci provare nemmeno» gli disse la donna, le labbra di lui quasi sulle sue.

Si sono baciati?

Non lo sappiamo.

Il significato della parola quasi lo conosciamo bene. Per quanto vaga possa essere la definizione proposta, tutti i dizionari sono concordi nell’affermare che quasi indica un qualcosa a metà strada tra «più o meno» e «non proprio.» Quasi è un avverbio, ma è anche un connettore, un riempitivo. Due sillabe in più, un tocco di fard sulle guance finito di truccarsi, quell’indispensabile non so che, una punta di ambiguità in una generale manifestazione di candore. Una pausa a metà discorso, un colpetto aggiuntivo sul pedale del pianoforte, un’insinuazione di dubbio e misura, di risonanza e approssimazione laddove, invece, sono le superfici piatte e omogenee a costituire la norma. «Usando il quasi» spiega lo scrittore, «dico che manca qualcosa; in realtà sto insinuando che potrebbe esserci dell’altro.»

Bene, ma alla fine quei due si sono baciati o no?

Difficile dirlo. Quasi.

«Eravamo quasi nudi» indica che i vestiti non ce li eravamo ancora tolti del tutto, ma morivamo dalla voglia di farlo, che poi potrebbe tranquillamente essere letto anche così: «Non riuscivamo a credere di essere quasi nudi». Quel «quasi nudi» possiede molta più carica erotica e trasmette maggiore libidine di un «completamente nudi.»

Quasi trasuda gradazioni e sfumature, suggestioni e tonalità. Un vino non proprio rosso, ma nemmeno cremisi, figurarsi viola o granata; quasi un Bordeaux, ripensandoci. Quasi può essere una maniera educata e sottile per dissimulare granitiche certezze. Cela l’ovvio e lo tiene in sospeso quanto basta. Quasi ci parla di un’incertezza che da lì a poco sarà scardinata ma che adesso non è ancora del tutto risolta. Quasi introduce una rivelazione imminente ma non garantita – quasi garantita, appunto.

Quasi smussa le certezze, le ammorbidisce, come fa la carne quando la si lascia a macerare. È l’anti-convinzione per eccellenza e dunque, per definizione, anche l’anti-onniscienza. Gli autori di narrativa usano il quasi per evitare di affermare un dato di fatto, quasi dire che la tal cosa è così o cosà, punto, fosse brusco, grezzo, troppo diretto. In questo modo  l’autore di un romanzo, e pure i suoi personaggi, si concedono uno spazio per speculare o ritrattare.

Quasi ricorda all’autore di narrativa chi è: uno che scrive storie, appunto, non che fa giornalismo. Come può sapere con assoluta certezza che X era davvero innamorato di Y? Lo si può quasi immaginare, certo. Ma chi può metterci la mano sul fuoco? «Quella sera, X si ritrovò quasi a pensare a Y senza vestiti addosso.» In realtà stava pensando a lei nuda, o è lo scrittore che cerca di indurre il lettore a prendere in considerazione qualcosa che magari al personaggio in questione non era mai nemmeno passata per la testa? Quasi rivela tutta la riluttanza di uno scrittore verso quei fattoidi essenziali che ti vengono sbattuti in faccia, qui e adesso, nudi e crudi, fatti e finiti.

Quasi stuzzica. Non è né un «sì» né un «no»; è quasi sempre un forse. Quasi scoraggia la conoscenza definitiva delle cose, e suggerisce la natura temporanea di tutte le componenti di una storia, compresa, manco a dirlo, la conoscenza che il narratore ha dei fatti da lui stesso raccontati. Un narratore cauto usa il quasi quasi come un modo per veicolare il proprio onesto tentativo di fissare sulla carta una particolare essenza. Il quasi gli garantisce sempre una via di fuga. Grazie al quasi uno scrittore ha la possibilità di lasciare a intendere che in qualsiasi momento potrebbe anche ritirare o revocare tutto ciò che ha messo nero su bianco sulla pagina, ma è anche una scappatoia elusiva che non sempre vuole farsi notare.

Quasi non è la parola preferita di tutti gli scrittori, si intende. Ci si potrebbe immaginare, per esempio, benché nessuno se lo aspetti, che Ernest Hemingway non fosse un grande sostenitore del quasi. Non è una parola che i maschi alfa sono disposti a usare, in effetti. Comunica timidezza e non asserzione, arretramento e non dominio.

Poi, però, ci sono scrittori che con un quasi o un presque in francese all’improvviso illuminano l’universo di un lettore. Prendiamo, per esempio, una frase tratta da La principessa di Clèves: «Come aveva potuto compiere un gesto così temerario? E finiva con l’ammettere di essersi lasciata trascinare quasi senza pensarci».

Davvero non ci aveva pensato, oppure non lo voleva ammettere? A quanto pare, non sembra conoscere la risposta nemmeno l’autrice, Madame de LaFayette, oppure preferisce non saperlo. Vuole che la protagonista del suo romanzo risulti un filo più ingenua di quanto non paia appropriato. Dopo tutto, la principessa di Clèves è un modello di virtù.

Usare questa parola, però, implica anche dell’altro. Essa, infatti, riflette una visione del mondo in cui non vi è nulla di certo e dove qualsiasi cosa scritta può essere ritrattata o ribaltata fino a significare l’esatto contrario, o quasi.

Io sono un quasi scrittore. Mi piace l’ambiguità, mi piace la fluidità tra dato di fatto e speculazione, anzi, mi sa che mi piace di più l’interpretazione dell’azione, e forse ciò spiega perché preferisco un romanzo psicologico a uno di quei best-seller che si leggono tutto d’un fiato. Il primo lascia tutto eternamente insoluto; gli altri invece non hanno segreti. Pensate a Stendhal, Dostoyevsky, Ovidio, Svevo, Proust. Mi affido alla parola quasi perché mi permette di pensare di più, di aprire più porte, di compiere bruschi quanto sicuri cambi di direzione, di continuare a scavare e a interpretare, di scandagliare i più nascosti recessi della mente, del cuore e del desiderio umani. Quasi mi permette di evitare le risposte. Non mi fido di me stesso; e quando dico che non mi fido di me stesso, sono costretto a pensare di più, a vedere oltre.

Nei miei libri non manca pagina in cui quella parola non si insinui per ammorbidire e mitigare ciò che dico. È il mio modo di disfare quanto scrivo, di gettare il dubbio su tutto ciò che scrivo, di restare incerto, sfrenato, alla deriva, disallineato, senza confini, perché io di confini non ne ho. A volte penso di essere anche io un’ombra.

Forse non so nemmeno che cosa significhi la parola quasi.

*

Passerei ora alla frase che vi avevo promesso, l’unica, non prima però di dirvi questo: e cioè che nonostante l’abbia scritta parecchi anni fa, a tutt’oggi non sono certo di comprenderla. Una parte di me vuole fissarne il significato, mentre un’altra teme che così facendo mi limiterei a eliminare un significato impossibile da esprimere a parole – o, peggio ancora, che il tentativo stesso di scandagliarne il significato potrebbe renderla ancor più inaccessibile. A quanto pare, questa frase non vuole proprio che io, il suo autore, scopra che cosa stessi cercando di dire quando la scrissi. Io ci ho messo le parole, d’accordo, ma il significato non mi appartiene affatto.

Prima, però, permettetemi di contestualizzarla.

La scrissi parecchi anni or sono, nel tentativo di comprendere da che cosa dipendesse quella sorta di strana nostalgia che fluttua su quasi tutto ciò che ho scritto finora. Poiché nacqui in Egitto e, come tanti ebrei che vivevano laggiù, venni espulso all’età di quattordici anni, sembrava naturale che questa sensazione di nostalgia affondasse le proprie radici laggiù, in Egitto. Il problema è che da adolescente che viveva in ciò che era diventato uno stato di polizia antisemitico, arrivai a odiarlo, l’Egitto, e difatti non vedevo l’ora di andarmene e di approdare in Europa, preferibilmente in Francia, dato che il francese era la mia lingua madre e la nostra famiglia era fortemente legata a ciò che credevamo fosse la nostra cultura francese. Ironia della sorte, tuttavia, le lettere di amici e parenti già stabilitisi all’estero non mancavano di ricordare a quelli come noi, desiderosi di lasciare l’Egitto in un prossimo futuro, l’aspetto peggiore di Francia, Italia, Inghilterra o Svizzera: chiunque avesse lasciato l’Egitto, infatti, soffriva terribili ondate di nostalgia per il proprio paese natale, un luogo che un tempo, ora non più, era stato la loro casa anche se forse non era mai stato la loro madrepatria. Quelli che, come noi, abitavano ancora ad Alessandria si aspettavano di essere afflitti da tale nostalgia, e forse parlavamo spesso della nostra nostalgia anticipata perché invocare questa malinconia latente era il nostro modo di immunizzarci da essa prima che spuntasse una volta approdati in Europa. Per certi versi, stavamo già covando nostalgia per un luogo che alcuni di noi, soprattutto i giovani, non amavano e non vedevano l’ora di lasciarsi alle spalle.

Ci comportavamo come quei coniugi che di continuo ricordano a se stessi l’inevitabile divorzio così da non restare sorpresi quando effettivamente il momento arriva e lascia loro una strana sensazione di malinconia per una vita che sanno entrambi essere diventata intollerabile.

A quanto sembrava, l’unica Alessandria a cui tenevo era quella che credevo avessero conosciuto mio padre e i miei nonni. Era una città nei toni del seppia, che stimolava la mia immaginazione con ricordi che non potevano essere miei ma che rievocavano un tempo in cui nella città che stavo perdendo per sempre vivevano tanti membri della mia famiglia. Bramavo questa vecchia Alessandria di due generazioni prima della mia, sapendo che con ogni probabilità non era mai esistita come me l’ero immaginata. Avevo nostalgia di Alessandria ad Alessandria.

Allora come oggi, non facevo che voltarmi e guardare indietro. Adesso, mezzo secolo dopo, quando ripenso ai miei ultimi mesi ad Alessandria e avverto l’inevitabile richiamo del passato, il mio ricordo più vivido non è Alessandria; quando ripenso al passato, quasi bramo di rivivere quel momento in cui, da adolescente bloccato in Egitto, sognavo una vita diversa che pensavo si chiamasse Francia. Quel momento coincise con una calda giornata primaverile ad Alessandria, le finestre aperte, quando io e mia zia ci appoggiammo al davanzale e fissammo il mare, e fu allora che mi disse che quella vista le ricordava casa sua a Parigi dove bastava sporgersi appena dalla finestra per scorgere la Senna. Sì, in quel momento pur trovandomi ancora ad Alessandria, ero già a Parigi con tutto me stesso a fissare uno scampolo di Senna.

Invece… sorpresa! All’epoca non mi limitavo a sognare Parigi; sognavo una Parigi dove, un giorno di un prossimo futuro, mi sarei messo a guardare la Senna e avrei rievocato nostalgico quella sera ad Alessandria quando, vicino alla finestra con mia zia, bramavo Parigi.

Veniamo, dunque, alla frase che vi avevo promesso:

  Quando mi torna in mente Alessandria, non è solo Alessandria che mi torna in mente. Quando mi torna in mente Alessandria, mi torna in mente un luogo che mi piaceva pensare fosse già altrove. Ricordare Alessandria senza ricordare me ad Alessandria che bramavo Parigi, è un ricordo sbagliato. Stare in Egitto era come fingere all’infinito di essere già via dall’Egitto.

Mi stavo trastullando con un’eventualità che ancora non si era verificata, pur non essendo irreale per questo, ma che si sarebbe potuta verificare prima o poi, anche se temevo non sarebbe mai successo e, anzi, a volte lo desideravo.

Lo ripeto: Mi stavo trastullando con un’eventualità che ancora non si era verificata, pur non essendo irreale per questo, ma che si sarebbe potuta verificare prima o poi, anche se temevo non sarebbe mai successo e, anzi, a volte lo desideravo.

Quest’ultima frase getta scompiglio tra i tempi, i modi e gli aspetti verbali, alla ricerca di un tempo grammaticale che non corrisponde al nostro senso del tempo. I linguisti non lo chiamano modo indicativo ma modus irrealis, modo dell’irrealtà, dell’ipotetico.

Il mio non è semplice desiderio del passato. Piuttosto bramo quel periodo nel passato quando ancora non proiettavo sull’Europa un futuro immaginario che a volte mi eccitava; allo stesso modo bramo il ricordo di quegli ultimi giorni ad Alessandria, quando già anticipavo il momento in cui dall’Europa avrei guardato quella stessa città, Alessandria, che allora non vedevo l’ora di perdere.

Essenzialmente continuo a organizzare evasivi rendez-vous con me stesso, perché non ho un’identità determinata, non sono radicato nel tempo o nello spazio, e come la parola quasi, non ho confini di sorta. Lo stesso modus irrealis che mi piace tanto è privo di confini.

Ciò potrebbe spiegare perché, da scrittore, sono sempre stato riluttante a usare il modo indicativo quando scrivo. Inizio con l’indicativo, ma quasi sempre finisco con il condizionale. Quasi sempre, l’ho detto di nuovo! Cerco un’immaginata soluzione intrappolata nel passaggio tra un tempo verbale e l’altro, tra un futuro anticipato che richiama un passato non ancora accaduto e un passato che guarda ansioso al futuro.  L’ultima frase dei miei libri Chiamami col tuo nome, Ultima notte ad Alessandria e Notti bianche, termina appunto con un condizionale implicito.

Alcuni di noi affrontano fatti, esperienze, amore, vita e pure la realtà stessa attraverso simili deviazioni. Abbiamo bisogno di derealizzare ciò che ci sta davanti.  Ciò che ci sta davanti evoca un altrove immaginario. Ma è per mezzo di tale altrove immaginario che iniziamo a vedere davvero che cosa ci sta davanti. Dobbiamo pensare contro ciò che ci viene chiesto di pensare, vedere contro ciò che vedono i nostri occhi, non fidarci di ciò che ci viene detto prima di capire che cosa sappiamo, vediamo e proviamo in realtà. Ecco perché quasi tutto ciò che dico si costruisce attorno all’incertezza, all’ambiguità, alla sfiducia che riverso sugli altri ma soprattutto su me stesso e le mie scelte letterarie. Non sono sicuro di nulla. Non cerco mai di dare un nome alle cose. Vado alla ricerca di ombre ovunque. E scrivo in una lingua ombra. Per quanto ne sappia, l’arte non si basa sulle cose, ma sull’interrogativo, sul ricordo, sull’interpretazione, forse addirittura sulla distorsione delle cose, così come l’arte non si basa sul tempo, ma sull’inflessione del tempo. L’arte ricerca le impronte, non i piedi; ricerca il fulgore, non la luce; la risonanza, non il suono; le ombre, non le cose. Forse l’arte non si basa nemmeno sulla vita ma sulla nostra diatriba con essa.

     È grazie alla derealizzazione, un termine preso in prestito dalle traduzioni di James Strachey dell’opera di Freud, che impongo sulla pagina scritta la mia voce, le mie idee, i miei desideri. Non lo voglio il mondo così com’è, non lo voglio un universo costituito da fattoidi, voglio piuttosto un mondo che mi porti dentro me stesso e aiuti i miei lettori a intuire dettagli su se stessi che hanno sempre saputo ma su cui forse hanno sorvolato o non si sono mai presi la briga di considerare, e alla fine si ritrovano con le lacrime agli occhi dallo stupore quando vedono la propria vita messa nero su bianco da qualcuno che, pur vivendo a diversi continenti di distanza, sa esattamente dove provano dolore, che cos’hanno perso e perché nutrono speranze in ciò che temono possa non tornare mai più o, peggio ancora, non palesarsi mai.

Traduzione di Valeria Bastia

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