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IL DIRITTO / IL ROVESCIO L’inesauribile corrente delle parole

di: Michela Murgia

Al mattino mia madre sembra cieca, come se guardasse lo specchio e non vedesse quello che riflette. Non so cosa le appare quando si osserva, ma so che non è una verità. Quanto sta di merda con l’ombretto perlato, per esempio. Come quella polverina luminescente le si infili tra le rughe delle palpebre e renda voragine ogni singola piega di pelle, dandole l’aspetto di una matrioska scrostata. Usa il rosa come se avesse ancora diciassette anni, quando sulla pelle tesa e fresca il colore faceva l’effetto di un lampo di luce fermato in corsa, uno strascico di cometa impigliato tra le ciglia, cosmo e cosmesi uniti a brillarle addosso. Ora quella luminescenza è una scoria che è rimasta indietro alla scia del suo astro, svanito così in fretta che lei non ha ancora capito che non c’è più. Ieri al market ci hanno detto sembrate sorelle, complimenti. Complimenti a chi, ho pensato mentre lei si illuminava. Se a quattordici anni ne dimostri otto ti diagnosticano un ritardo dello sviluppo. Se a cinquanta ne dimostri trentacinque invece complimenti. Complimenti per il ritardo che hai sulla tua vita, signora. Complimenti per i jeans che hai preso dal mio armadio, di quelli con lo strappo che non mi metto da dieci anni perché mi sento cretina e invece tu ti ci senti te stessa. Cosa pensi quando mi guardi mamma? Quando mi dici “sei carina, ma non ti curi”, come avessi una malattia da affrontare allo specchio, un tempo patologico che divora la mia luce come un parassita e per farmi essere quella che sono uccide quella che ero, bambina donna vecchia morta in ogni giorno di vita in più. Cosa pensi quando i trentenni si girano a guardarti nel culo ondulante, mamma, quando senti un fischio dal ponteggio perché al manovale gli è venuto duro mentre passavi sui tacchi con le buste della spesa, diva vestita OVS, marilyn della zona espansione nord? Davvero ti piace l’idea che ti scoperebbe, complimenti signora, uno che ha l’età del figlio maschio che in me non hai avuto, sembrate sorelle, uno che l’unico complimento che ha per te è dirti quanto sembri quella che non sei più. Se fossi un uomo, mamma, se fossi tu quello a cui viene duro, a definire le cose non sarebbe chi ti desidera, ma cosa desideri tu. Ci pensi mai a come deve essere decidere la forma che un altro deve avere per conquistarsi il tuo sguardo? A cosa si deve provare nel dettare a qualcuno come deve camminare per piacerti, cosa deve avere addosso, cosa deve spalmarsi in faccia, a quale considerazione su di sé deve sorridere e sentirsi fiero? Io ci penso, mamma. Ogni volta che ti guardo ci penso, ogni volta che prego di non somigliarti, di non arrivare viva a morire di me.

Ci ho pensato anche ieri prima di lasciare il laboratorio di travestimento e andare nel sottopassaggio della Ostiense. Mentre le altre (gli altri) sciamavano verso l’esterno io mi sono guardata allo specchio del corridoio e ho visto me maschio, un uomo che era la donna che sono. Ho guardato la perfezione della barba incollata pelo a pelo sulla linea del mento, i capelli garbati in un modo che da donna non porterei mai, la faccia tutta scoperta alla vista, il seno sparito sotto alla fascia elastica che mi hanno stretto intorno alla gabbia del torace, e ho pensato che non sono un uomo bello, mamma, non sono un uomo che guarderesti mai tu. Forse anche al lui che sono diresti che non si cura. Ma dove stavo andando io nessuno chiede a un uomo di curarsi. Dove stavo andando io non sono gli uomini la malattia. Quando sono scesa nel cunicolo c’era odore di piscio. Gli addetti al decoro urbano lo puliscono ogni giorno con prodotti industriali, ma l’odore resta comunque, come se dentro a quei muri scrostati scorresse carsica una latrina con tutti gli umori lasciati da generazioni di vesciche incontinenti, vesciche di maschi. Nessuna donna ha mai pisciato lì, ne sono sicura. Le donne non pisciano nei sottopassaggi. Se possono, le donne nei sottopassaggi nemmeno ci vanno. È una questione di longitudine. Sotto la linea del terreno è come se vigessero altre disposizioni, misure che servono a far loro qualcosa che sulla superficie si può solo pensare. Venti scalini sbeccati e tutto cambia. Il sottoterra è lo spazio dei morti e dei vermi e chiunque ci resti per un tempo sufficiente finisce per somigliargli. Nel sottopassaggio tutto striscia. I passi, le ruote delle valigie, l’orlo dei pantaloni sui piastrelloni scoloriti, le scie degli odori di chi è passato, le sbavature delle scritte tracciate troppo in fretta, ANNALISA TROIA. Striscio anche io. Lungo la linea del muro cammino lenta e ripeto con cura il passo che ho imparato: tengo il bacino fermo e guardo davanti a me senza abbassare gli occhi, ma nemmeno puntarli. Misuro l’apertura della gamba per farla più ampia nei pantaloni di lana ruvida e non mi tocco mai la faccia né i capelli. So come appare il mio corpo. La protesi di pancia prominente sulla cintura, il seno compresso sotto la fascia elastica, il sospensorio tra le cosce, la linea del mento segnata da un’ombra di barba attaccata pelo a pelo con la colla cosmetica e una precisione microchirurgica; tutto serve a definire il profilo banale e pingue di un quarantenne che nessuna donna guarderebbe due volte. Gli uomini però neppure una e adesso è solo questa la cosa che conta. Mi vedono certo, come li vedo io, e sono consapevoli che sto passando là sotto, ma non più che se fossi una folata di vento. Non appaio loro minaccioso né minacciabile, le uniche due categorie che là sotto contano qualcosa. ANNALISA TROIA. È una sensazione che non ho mai provato prima. Sono invisibile. Nessun maschio mi guarda per valutare cosa potrebbe farmi. Nessuno prende le misure del mio corpo, sepolto da ore di travestimento. Nessuno pensa a me come a una cosa commentabile, accessibile, scopabile. Non esistere è uno strano modo di essere al sicuro.

La stazione è il primo snodo cittadino della metro e a ogni ora cambia la qualità della vita trasportata. Al mattino presto commessi e impiegate, donne delle pulizie e studenti con le cuffie alle orecchie; verso pranzo anziani con le buste del supermercato, bambini con madri, vecchie con la badante, uomini soli un po’ sghembi; la sera la fiumana rientra, prima in modo convulso poi sempre più diluito fino all’ultima corsa, quella che prende solo chi non può proprio farne a meno. La maggior parte delle persone si muove rapida; nessuno vuol stare là sotto più del tempo necessario. Io invece cammino senza fretta e poi mi fermo. È questo il patto: fermarsi, non solo passare, vedere cosa succede a segnare il territorio con l’accenno di una permanenza. Sembrava facile quando me lo hanno spiegato al laboratorio. “Osserva e imita il modo di fare di quelli che stazionano vicino agli ascensori o alla base delle scale”. A quell’ora del giorno non ce ne sono più di tre o quattro e mi sembrano pochi, una cosa che la donna che sono non penserebbe mai passando loro accanto. In un posto come quello una donna è in minoranza anche se incontra un solo uomo. Li guardo. Mi guardano anche loro e sento la loro diffidenza. È stupefacente il livello di aggressività che si alza appena il passo rallenta e le spalle si accostano al muro per restarci. In un posto come quello, un posto fatto per passare, fermarsi è un gesto minaccioso. Uno di loro mi guarda con particolare attenzione e per un istante mi attraversa il terrore che il loro istinto, l’unica cosa di quei tre che non posso imitare, abbia sentito la mia fica sotto tutti i vestiti, il segreto dei miei capezzoli strizzati nella fascia elastica, i fianchi circondati dai volumi aggiunti delle protesi laterali. Che abbiano capito chi sono, chi non sono. Estraggo il telefonino come diversivo, faccio per guardarlo distrattamente e loro come si sono accesi si spengono, disinteressandosi di me. Non so perché, ma quel gesto è bastato a dire che non competo col loro spazio, che siamo lì per cose diverse. Ma quali? Cosa ci sono andata a fare io alle sei del pomeriggio nel sottopassaggio della ostiense travestita così bene da uomo che sembro un uomo, se questo è un uomo? In fondo non c’è niente da scoprire che non sapessi già. Tra loro gli uomini non si guardano come prede l’uno dell’altro. Un maschio è al sicuro dove una femmina è il pericolo. L’unico modo per non essere mangiati è lasciare che la preda la faccia qualcun altro.

La mia non la devo aspettare a lungo e quando arriva mi basta un istante per capire che è lei. Non è giovanissima, ma nemmeno il tipo di donna adulta che gli altri guarderebbero come prima scelta. Non una milf, così le chiamano le mammine che ti vorresti sbattere, anzi giurerei che lei di figli nemmeno ne ha avuti. Quaranta, forse quarantadue anni, un corpo inaridito prima di sbocciare, restìo persino a quella fioritura tardiva che a volte dopo i quaranta rende attraenti anche donne che non lo erano state mai. Cammina rapida, ha un carrello della spesa e alle sei del pomeriggio questo vuol dire solo una cosa: ha un lavoro statale. Forse alle poste, forse al municipio, posti dove nessuno ti chiede scintille. Impiegata da pratiche, non da sportello. Una gonna sul ginocchio, la scarpa bassa e comoda, le calze pesanti, un po’ graduate, e un golfino color crema sotto alla sciarpa scura dove i capelli chiari appoggiano scomposti, un cappotto dozzinale di un marchio che veste taglie comode. Chissà che cosa passava per la testa a chi ha inventato l’espressione taglia comoda, forse l’idea che sotto la 46 siano tutte felici di vestirsi per stare a disagio. O magari quella che il disagio, come il bikini, te lo devi poter permettere. Quella donna non sembra una che abbia mai creduto di potersi permettere una cosa come un bikini. L’inclinazione della curva delle sue spalle mi parla di resa senza lotta, di sconfitta annunciata, di qualcosa di sé che le è morto giovane. Cammina con gli occhi dritti davanti, non concede un guizzo laterale nemmeno per essere sicura che non ci sia niente da guardare, eppure quando mi passa accanto so con certezza che ha visto l’uomo che sono. In qualche modo misterioso capisco che hanno ragione gli uomini: le donne ti scelgono e quando ti si muovono davanti come abissi indifferenti in realtà stanno chiamando a sé la tua vertigine. “Far girare la testa” questo significa, e a me d’improvviso la testa gira, gira che quasi perdo l’equilibrio. Appena mi supera mi muovo a ridosso della scia del carrello della spesa, due metri dietro come un’ombra, e il suo passo d’improvviso nervoso mi conferma quello che sapevo già: mi ha visto, ci ha visti tutti noi maschi, ci ha contati nell’istante in cui ha disceso l’ultimo scalino, come avrei fatto io, come avremmo fatto tutte. Lo fa tutti i giorni quel percorso e tutti i giorni conta, perché ogni giorno potrebbe essere quello in cui aver contato farà la differenza tra uscire da lì o no. Oggi farà la differenza? So che se lo sta chiedendo mentre accelera leggermente il ritmo del passo. Non troppo veloce da sembrare in fuga, però. Spera che io non capisca che mi teme, che il carrello non è un ostacolo sufficiente, ma lo capisco lo stesso. Mi piace il flusso di tensione che si lascia dietro, la paura che le sento fluire dai gesti come una sostanza chimica densa, collosa. Mi fa sentire bene il fatto che lei si senta male, mi conferma che ho il potere di decidere come deve sentirsi, fosse anche per i pochi secondi di quel tragitto senza svolte, dritto alla scala. Per questo la faccio camminare tesa fino al primo gradino, coltivando il dubbio che non la stia veramente seguendo, e solo quando la luce esterna del lampione in cima all’imbocco del sottopassaggio la investe abbastanza da farla sentire al sicuro le parlo.

– lasci, l’aiuto io.

Si volta disorientata dalla mia voce. Vede un uomo. Sente una donna. Non sa cosa pensare, ma non le do il tempo di farlo. Le afferro il carrello alla sprovvista, sollevandolo per portarlo in alto. Fuori è buio, a dicembre la notte arriva di pomeriggio anche a Roma, e lei mi sale accanto incerta se considerare il mio gesto una cortesia o un’invasione. Il carrello pesa. Forse una famiglia dopotutto ce l’ha.

– grazie.

Lo mormora piano, ben educata anche con i favori che non ha chiesto, e mi guarda per la prima volta in viso alla luce piena.

Vede un uomo alto in sovrappeso che tiene ancora la mano sul suo carrello e non le sorride. La fissa senza ritegno e le cose le appaiono d’improvviso non più equivocabili. Capisce che non è cortesia dire a qualcuno “sei debole e io più forte”. Non è galanteria offrirsi per evidenziare un bisogno che stava nascosto. Annalisa allunga la mano per riprendersi il carrello, ma l’uomo non abbandona la presa, sfidandola. È troppo ben vestito, troppo curato per essere un ladro che vuole il suo latte per la colazione. È qualcos’altro che vuole. Annalisa indietreggia di un passo, vorrebbe dire qualcosa ma non osa prolungare l’ingaggio, sollecitare ancora una volta quella voce assurda e incongruente che ora non è più nemmeno sicura di aver sentito davvero. C’è qualcosa di strano in quel volto maschile che non si fa indietro, che non accetta il suo congedo. Qualcosa di sbagliato che la disorienta.

A me non serve altro che quello sguardo. Lascio il carrello, lascio che lo riprenda nervosa e che senza aggiungere nemmeno un saluto se ne vada rapida verso la collina San Saba, di nuovo signora della classe media. Guardo in basso, verso il sottopassaggio dove la luce spiove con effetti cromatici tetri, da retropalco. Non scenderò ancora per stasera. Quello che volevo l’uomo che sono l’ha avuto già.

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