di: Valeria Parrella

Una donna di Karya

Prima di allora Marco aveva avuto solo incarichi secondarii. Piccoli restauri di opere che sarebbero rimaste nei magazzini dei musei, inventariate con una piccola targhetta d’ottone, un numero progressivo: e mai esposte al pubblico. Erano custodite, quelle opere, dopo essere passate tra le sue mani esperte, nel sottotetto del Museo Archeologico di Napoli, nei sotterranei del Pergamon Museum, e poi finalmente in luce sì (ma in una sala laterale, quasi nascosta che il grande flusso di turisti saltava quasi sempre) c’era un piede marmoreo del IV secolo al Museo Salinas. E così la sua meraviglia, quando trovò la lettera nella cassetta, la lettera scritta in greco e inglese, fu grande: quanto tutte le delusioni che aveva patito fino a quel momento. La sua emozione, mentre leggeva, lì nel cortile di casa (la chiave piccola della cassetta della posta ancora nella serratura), era pari a tutte le volte che si era sentito denigrato, che l’opera sua, il suo tempo, il suo talento, erano finiti lì, riposti, dimenticati: il restauro pagato un tanto all’ora, come se ci fosse un rapporto tra il tempo impiegato a riportare splendore all’opera e il tempo dell’eternità, come se si potesse pagare il domani dei classici. E nella lettera c’era scritto solo questo: di presentarsi ad Atene, presso la direzione del Museo dell’Acropoli, il dì di maggio dell’anno in corso, per accettare l’incarico e conoscere il resto della squadra: ingegneri e archeologi incaricati del restauro delle Cariatidi dell’Eretteo. Punto.

Marco si era seduto per le scale, in penombra, senza manco rincasare ( tanto in casa non c’era nessuno, solo la sua gatta, una valigia sempre aperta che gli faceva da armadio, e la fotografia di Davide che aveva voltato contro il muro usando lo stesso chiodo che l’aveva sostenuta quando mostrava tutto il loro amore) e l’aveva riletta in greco, anche se era greco moderno, e nella traslitterazione qualcosa si perdeva, si nascondeva, e anche se lì sull’acropoli la squadra sarebbe stata internazionale, e avrebbero parlato sempre inglese: ma l’aveva letta in greco per fare quella risposta più sua, più vera.

Dopodiché era partito.

La prima settimana non ci aveva capito nulla. Solo il fatto di accedere al Partenone al tramonto, quando nessun turista era più ammesso, solo il fatto di dare continuamente le spalle alle opere, per concentrarsi sulle carte, sui numeri, sulle planimetrie. Di dare più importanza alle gru che a Fidia, di avere appeso al collo un pass senza scadenza, con la sua fotografia e, serigrafata di lato, una civetta, l’effigie di Atena: solo questo riuscì a metabolizzare nei primi giorni. Il grande caldo oppure l’emozione, gli aveva fatto salire la febbre, gli dava i dolori ai muscoli? L’insolazione per essersi arrampicato ai Propilei alle 13 ed essere rimasto un tempo indefinibile senza cappello a guardare la traslazione delle cariatidi dal vecchio al nuovo museo? Oppure erano state loro stesse, le donne di Karya, portate come immense regine, loro che avevano dimostrato la tenacia delle donne, a reggere il tempio sul capo senza accusar stanchezza per duemilacinquecento anni?

Duemilacinquecento. Lo sapeva da sempre, dai tempi del liceo, da quella prima folgorazione in bianco e nero sul libro di storia dell’arte. Eppure se li contava in testa tutti e duemilacinquecento. Se li contava in testa punteggiando con quello che sapeva. Andava all’indietro dal presente al passato, dalla grande crisi finanziaria, le persone in fila ai bancomat, gli ospedali che chiudevano, saltava indietro alla dittatura dei colonnelli, e da lì a Hitler, e da lì a lord Byron, a Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, che si era venduto Fidia a pezzi al British Museum, e quel colpo di cannone sparato dall’Armata dell’Impero Ottomano che aveva portato via il volto a una cariatide, tranciato via così, come una decapitazione della polis.

Mentre l’ultima cariatide veniva deposta ai suoi piedi su un telo di propilene bianco, Marco pensava che ognuno di questi signori della grande storia l’aveva guardata così com’era: ma poi loro erano morti, e lei era rimasta. Sempre.

E adesso eccola, ce l’aveva davanti, la donna di Karya.

Marco aveva vinto il bando perché era uno dei sei restauratori, tra tutti quelli che avevano presentato la domanda, che sapeva usare il laser per rimuovere i fattori corrosivi e per pulire gli strati di inquinanti atmosferici. Una tecnologia sviluppata nel silenzio, tra addetti ai lavori, e premiata a Vienna qualche anno prima, mai utilizzata. Sulla carta funzionava: avevano analizzato la patina nera che copriva le statue nelle città: lo smog, e le intemperie, per centinaia di anni, e le muffe; il laser era stato sviluppato, costruito, testato su reperti coevi senza importanza…

-” sono belle anche così, tute nere”- si dicevano tra di loro gli archeologi, emozionati e impazienti, nei giorni prima di cominciare, a sera nella Plaka. Imparavano a conoscersi perché poi sarebbero stati assieme per mesi, in uno spazio piccolissimo: i 5 metri quadri della pedana su cui sarebbero state sollevate le cariatidi, a una a una, per essere lavorate. E avrebbero condiviso quella solitudine, la solitudine del restauro, con tutti lì fuori, perché il museo aveva deciso di riprendere il loro lavoro con le telecamere, e proiettarlo su uno schermo affinché i turisti potessero guardarlo. Allora lì seduti nei bar della Plaka, sulle pietre imbiancate a calce, versavano il ghiaccio nell’ouzo e vedevano il liquido diventare bianco. Ognuno di loro profetizzava in silenzio quel bianco che avrebbe restituito alla sua statua. Ognuno ne aveva scelta una, la faceva più sua, le aveva dato un nome. Quando le cose nascono, bisogna battezzarle.

Quattro restauratori avevano dato alle cariatidi i nomi delle loro mogli e fidanzate, e questo era molto bello, perché si capiva che le amavano allo stesso modo, e che l‘assenza da casa sarebbe stata più dolce, stemperata nel nome.

L’unica ricercatrice donna le aveva dato il nome di sua figlia.

“ io ho amato solo uomini” aveva detto Marco “ anzi no: io ho amato solo un uomo, ed è finita da un po’: Davide si chiama, nome ebraico, non va bene per la mia cariatide, però le posso dare il nome della gatta.”

La piattaforma era qualche metro più in alto rispetto al pavimento del museo. Circondata da una tenda bianca di modo che i restauratori, due per volta, ci potessero sedere dentro, mentre tutt’intorno il museo si riempiva di turisti, sciamando con le bandierine, i cappelli con la visiera, giravano loro intorno e Marco da lì dentro capiva che si erano fatte le dieci perché il brusio aumentava. Il laser, invece, emetteva solo un piccolo ticchettio per ogni colpo. Tic tic tic. Questo serviva a ripulire le cariatidi: un cotton fioc e un occhio preciso e allenato, che sparasse il fascio del laser, un cerchietto di mezzo centimetro, su ogni punto sporco della statua. Marco si era raccolto i capelli, come un chirurgo, indossava gli occhialini di sicurezza e aveva cominciato mentre la sua collega, seduta affianco a lui in quei cinque metri quadri, colorava su di una foto le varie parti della statua, ogni colore corrispondeva a un tipo di intervento, a una necessità diversa. Lavorarono così tutta la giornata, mentre una telecamera li riprendeva. E fuori i turisti vagolanti, si fermavano a fotografare anche loro, che lavoravano nello schermo.

·  È come stare in una scatola dentro un formichiere- avevano raccontato ai colleghi, perché l’impressione era stata forte, e poi per tutto il resto della cena si erano concentrati sui dettagli. Gli errori, i rischi, le inesattezze, i successi.

La prima notte Marco aveva faticato a prendere sonno. Tic tic tic faceva il laser, e ogni ora che passava era un’ora in meno per riposare ed essere pronto al domani. Tic tic tic faceva la sveglia.

La seconda notte invece dormì un sonno pieno e, quando si svegliò, si accorse di avere sognato Alkamene.

L’aveva sognato con il volto dell’Hermes propilayos. Gli aveva detto solo “ti aspetto”, o era l’unica cosa che ricordava. Avrebbe potuto dirlo alla sua collega, nelle lunghe ore al laser, e invece parlarono di molto, oppure stettero molto zitti, ma lui quel sogno non lo rivelò mai, né si chiese perché. L’altra ne avrebbe riso: era anche un buon segno propiziatorio: non era sicuro che Alkamene avesse scolpito le cariatidi, ma certo gli erano attribuite da tutte le fonti, e i panneggi dell’Afrodite dei giardini, che per ore aveva guardato agli Uffizi fino a impararne a memoria ogni movimento, erano così simili a quelli della cariatide che aveva sotto le mani ora, che Marco ne era quasi certo. Era un buon auspicio, quel sogno, e anche una cosa divertente, ma Marco la tenne per sé, non la disse. Poi scese la sera, accesero i fari, i turisti andarono via, e dopo qualche secondo anche le loro voci, che li seguivano fuori da loro, come entità esterne e concrete. I custodi spensero le telecamere, la sua collega lo salutò con un bacio sulla guancia e si avviò in albergo, Marco si sfilò i guanti, spense il laser, si tolse gli occhialini, aprì il telo bianco che lo separava dalle sale del museo e vide due piani più giù gli inservienti che cominciavano a lavare i pavimenti. Si sciolse i capelli e, per la prima volta da due giorni, in cui aveva solo sfiorato la sua donna di Karya con il cotton fioc e il raggio del laser, mise tutta intera la sua mano sulla statua.

Allora Alkamene tornò.

Affiorò dal marmo e gli prese la mano, la intrecciò nella sua. Marco non ebbe paura ma anzi si lasciò guidare. Vide quello che nessuno vedeva e pure era sotto gli occhi di tutti: la statua era solo un tramite. Il marmo, l’opera, la forma erano il modo con cui lo scultore si era affidato al domani. Tutti vedevano i panneggi, ma quei panneggi così leggeri da parere stoffa erano stati scolpiti da un uomo vissuto duemilacinquecento anni prima, che affidava la sua essenza alla sostanza. Marco non vide più la statua ma gli occhi di Alkamene che guardavano il marmo ancora solo smussato, che vi imprimevano la vita e la resistenza, lo vide bene e davvero: un uomo giovane come lui, più fermo e rigoroso del suo maestro Fidia, e come lui ugualmente attento ai dettagli, ai particolari. Ogni centimetro pulito dal laser era un centimetro su cui era passata la mano di Alkamene, esisteva per la sua pelle e la sua idea, e la sua tecnica e i suoi occhi. Così la treccia a spiga che copriva le spalle della statua, in cui si intuivano i singoli capelli a uno a uno, donarono a Marco tutto l’eros perduto, furono il suo giardino, la sua passione rinnovata.

-Professor, please, could we switch off all here? We finished now, we should go home…

– yes, of course, yes

Ma certo, disse Marco tutto sudato, e rinato, annichilito e felice. E vide quello che vedevano i custodi: la solita statua, metà pulita e metà sporca, quella che avevano fotografato i turisti per tutto il giorno.

Poi completò l’opera sua, nei giorni a seguire, e in capo a due mesi la squadra intera si salutò con grande soddisfazione e orgoglio. Le Cariatidi dell’Eretteo avevano aperto per sempre la loro strada professionale, così tornarono ciascuno alla propria vita con la composta consapevolezza di un intimo valore.

Marco tornò in Italia, arrivò nel cortile, recuperò lettere e bollette dalla cassetta della posta, bussò alla vicina per farsi restituire la gatta e le regalò il ciondolo d’argento acquistato nel bookshop del museo. Entrò a casa, lasciò a terra la valigia aperta che era il suo armadio, poi prese la fotografia di Davide voltata verso il muro e la buttò nel ripostiglio. Infine, siccome era un restauratore, sfilò pure dal muro il chiodo che l’aveva retta, e ne colmò il minuscolo foro con lo stucco bianco.

 

© 2019 Valeria Parrella /Agenzia Santachiara

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