di: Roberto Alajmo

La prevalenza del bonghista

Se non l’hanno cancellata nel frattempo, all’ingresso del manicomio di Agrigento campeggia una scritta: “Non tutti lo sono, non tutti ci sono”.

Immaginando che il manicomio sia il posto ideale per accogliere gli artisti, si potrebbe assumere come slogan dei tempi presenti e futuri. Cioè: non è detto che tutti siano artisti, e non è detto che tutti gli artisti siano considerati tali. Con questo problema: esiste un malinteso mito del genio e sregolatezza, in nome del quale si è creata una fila di gente che a tutti i costi vuole entrare in manicomio. Tutti sembrano pronti a rivendicare la propria follia, portando avanti questa, e confidando che il talento decida prima o poi di farsi vivo. Nei versi di Sandro Penna è possibile rintracciare una sintesi aforistica di questo che è quasi un fenomeno di massa. Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diversoessendo egli comune.Ecco forse un rischio del nostro tempo: l’illusione della trasgressione; parallela a un’altra illusione, quella di un diritto al talento fondato sulla semplice irregolarità.

L’idea che il talento venga democraticamente distribuito produce guasti notevoli sia in campo artistico, che sarebbe il meno, sia (soprattutto) in campo esistenziale e addirittura sociale. Quanta gente conosci che si è rovinata la vita nella convinzione di essere un artista incompreso, vittima del sistema, restando aggrappato agli optional della trasgressione, dell’irregolarità, nella speranza che bastino a garantirgli una patente creativa? Un giorno ti sei trovato di fronte una classe del Dams (che sta per Discipline delle Arti Musica e Spettacolo) e per prima cosa hai chiesto quanti di quei ragazzi nell’arco dell’anno precedente erano andati a teatro almeno una volta. Su una sessantina che erano, si sono alzate 6 mani. Esattamente il 10 per cento. E all’improvviso ti sei reso conto che in quella classe c’era più gente con i capelli blu di quanti fossero convinti che il teatro e la musica fossero fondanti nella formazione di un allievo del Dams. Attenzione: non ingegneria o medicina, ammesso e non concesso che per un medico o un ingegnere non sia formativo andare a teatro. Parliamo di Dams: Discipline delle Arti Musica e Spettacolo. In pratica, una variante del fenomeno per cui in tanti scrivono poesie e in pochissimi leggono poesia, ergo: nemmeno quelli che scrivono poesie leggono poesie.

Per una bonifica delle ambizioni, o almeno limitarne gli effetti peggiori, bisognerebbe introdurre un apposito Comma 22: solo i pazzi possono essere artisti, ma chi vuol fare l’artista non può essere considerato pazzo. Questo potrebbe forse servire a prevenire i danni sociali prodotti da ambizioni frustrate su vasta scala: una generazione si prospetta, che davanti non ha nessuna strada maestra (gliele abbiamo cancellate noi delle generazioni precedenti), e allora, paradossalmente, immagina che ci siano solo scorciatoie.

Racconta Maria Luisa Spaziani che una volta colse in fallo Eugenio Montale perché questi aveva usato l’espressione “fiori di sambuco” in una sua poesia. Eppure, trovandoseli di fronte, il grande poeta non era stato in grado di riconoscerli, i fiori di sambuco. Alle rimostranze della Spaziani, Montale si era difeso dicendo: “Ma sai, la poesia si fa con le parole…”. Intendeva dire che dei fiori di sambuco gli piaceva il suono della parola, ma in quanto poeta non riteneva necessario conoscerne l’aspetto né l’odore. Montale poteva pure avere ragione, essendo Montale. Il problema non è Montale. Il problema sono i montaliani di complemento. La sua tesi autoassolutoria non può diventare un alibi che vale per tutti. Bisogna meritarsele, le licenze poetiche. Ma forse fai prima a spiegarti con un esempio. Un esempio musicale.

A ogni epoca corrisponde uno strumento classico. Forse il flauto nell’antica Grecia, forse la cetra nell’antica Roma. Nel Seicento era il liuto, o la viola da gamba. Nel Settecento trionfava il clavicembalo. L’Ottocento è l’epoca d’oro del pianoforte. E così via. Venendo a noi, a partire dagli anni Sessanta del Novecento è stata la chitarra a segnare almeno un paio di generazioni. Ci si vedeva nelle case degli amici, ci si rollava una canna e il più bravo suonava le canzoni di Lucio Battisti. Magari questo amico chitarrista non era un gran che, ma per comune convenzione doveva aver studiato almeno un po’. Magari il chitarrista in questione sognava di approdare a essere, prima o poi, Jimi Hendrix. Ma avendo sempre ben presente che prima di suonare la chitarra come Jimi Hendrix bisognava sfinirsi con anni e anni di esercizi molto noiosi. Anche perché se si fosse messo in quel contesto a fare le svisate di Jimi Hendrix, gli amici gli avrebbero riso in faccia.

Lo stesso vale nella pittura: Picasso faceva dei magnifici scarabocchi proprio perché aveva alle spalle anni di disciplina e studio dei classici. Così ha sempre funzionato per i grandi geni dell’umanità: prima si imparano le regole, e si osservano, e si rispettano: dopodiché solo poi si infrangono, e solo infine si riscrivono. E sempre in attesa che un domani arrivi qualcun altro più giovane, dotato di talento, che abbia forza e pazienza sufficienti a ricominciare daccapo, con le regole: imparandole, osservandole, rispettandole, infrangendole e riscrivendole. E veniamo al nostro tempo. Per quale strumento musicale saremo ricordati dai posteri noi, abitanti degli anni Duemila? Quale sarà il suono che caratterizzerà nei secoli futuri la nostra civiltà? Ebbene, la risposta è: i bonghi.

La fenomenologia del bongo è presto descritta. I bonghisti arrivano mescolandosi in un gruppo sulla spiaggia, su un prato, o altro luogo convenuto. Il gruppo si sistema. Si piazzano i teli da mare, se è il caso. C’è chi tira fuori un pallone. C’è chi subito abbraccia la fidanzata. E poi c’è il bonghista.Il bonghista è l’evoluzione della specie del chitarrista di cui sopra. Solitamente si tratta di un maschio senza segni particolari che lo distinguano dal resto dei suoi coetanei. Ha uno zaino, come tutti gli altri ragazzi della sua età. E dentro lo zaino si mette a frugare fino a quando non riesce a tirarlo fuori.

Il bongo.Da questo momento in poi l’intera popolazione nel raggio di cinquecento metri diventa ostaggio del bonghista, perché il bongo riesce a farsi sentire anche a grande distanza. Ma il problema non è solo la potenza del suono. Il vero problema nasce dal fatto che il bonghista non si lascia impastoiare dalle vecchie regole. Nega persino che ci siano, delle regole. Il bonghista è superiore. Il bonghista rappresenta l’evoluzione della specie, e come tale, rispetto alle generazioni che lo hanno preceduto, non deve sottostare a nessuna regola o disciplina. Il suo antenato più prossimo, il chitarrista giovanile, almeno aveva studiato il suo strumento. Ci aveva provato. Nessuno degli amici che stavano ad ascoltarlo gli avrebbe consentito di strimpellare a casaccio. Poteva suonare la chitarra più o meno bene, ma insomma per essere socialmente accettato doveva almeno essersi sforzato di imparare quei due accordi che gli consentivano di mettere assieme una versione approssimativa de “La canzone del Sole”. Il bonghista no. Il bonghista non pensa che per suonare uno strumento bisogna averne la minima cognizione. Lui percuote lo strumento, lo strumento suona, e quel che basta a lui, deve anche bastare al mondo. Ha scelto di suonare il bongo perché è un artista libero, che si esprime liberamente. Non accetta le costrizioni illiberali cui in altre epoche bisognava sottostare, tipo sapere cosa stai facendo.

Ora: il bongo non è il pianoforte, ma resta uno strumento che possiede una sua dignità. Gli esperti assicurano che da esso si possono trarre centinaia di sfumature sonore. Lo strumento, come dice la parola stessa, è solo uno strumento. Il problema nasce quando si immagina di aver comprato il talento assieme allo strumento. Oppure che il talento sia democraticamente distribuito e non ci sia nemmeno bisogno di tenerlo allenato.

Lo stesso vale per i writers, convinti che ogni muro sia stato eretto per essere messo a loro disposizione. Ogni vagone ferroviario è una tela destinata a chiunque possieda cinque euro per comprare una bomboletta spray. Ecco il prezzo temperamento artistico: cinque euro. Fatto questo investimento, se qualcuno obietta che il muro o il vagone ferroviario appartengono a lui come a tutti, rischia di passare per reazionario. È prevalsa la convinzione che approdare a una forma seppur minima di visibilità sia non solo facile, ma che sia un diritto. C’è stato un tempo intermedio in cui si comprava il biglietto della lotteria e si aspettava il miracolo dell’estrazione senza fare altro. Oggi è già il tempo in cui la speranza è di vincere alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto.Purtroppo non può funzionare così. O se funziona così, è solo perché il momento è propizio a questo genere di equivoci. Può succedere che l’incompetenza vada al potere, in campo artistico come in tutti i campi. Ma non dura. Non può durare.

I tempi sono destinati a cambiare, e un giovane in gamba oggi studia per mettere assieme una cassetta di attrezzi del mestiere che dovrà impiegare su un mercato artistico e lavorativo completamente diverso da quello attuale, che è destinato comunque a un collasso. Nel prossimo dopoguerra servirà gente che sappia suonare uno strumento, dentro e fuori metafora: ma sul serio. Con leggerezza, certo: ma senza faciloneria. Attenzione: non è questa un’invettiva contro il dilettantismo. C’è anzi una nobiltà nel dilettarsi di qualsiasi genere artistico. Però bisogna essere consapevoli che la Grazia, la Bellezza, la Poesia e il Talento si vanno a depositare in maniera certe volte arbitraria, ma di preferenza lì dove c’è un terreno fertilizzato con applicazione e costanza.

Qualcuno ha descritto la commozione che può suscitare un Mozart stentato, che arriva da una finestra alle orecchie di chi passa per strada, malamente suonato da uno studente alle prime armi. E che però colpisce più del migliore dei Mozart ascoltati in sala da concerto. C’è da abbandonarsi a questa commozione, perché la Grazia risiede nel contesto. È basata sugli sforzi che quello studente sta mettendo in atto per arrivare a suonare almeno in maniera decente. Non se la tira, questo sconosciuto studente. Non si atteggia a concertista. Non coltiva il mito del genio e sregolatezza. Nemmeno vorrebbe essere ascoltato, mentre ancora prova e sbaglia. Si esercita, piuttosto. Fa scale su scale, fino allo sfinimento suo e dei vicini di casa. Fin quando, un giorno, gli esce dalla tastiera quel Mozart incerto che va a infilarsi nelle orecchie di un passante. Ecco allora come e dove si trova la poesia, ecco anche come nasce un classico: quando stavi cercando, hai dimenticato quel che stavi cercando, e addirittura ti sembrava di fare altro.

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