Open/Close Menu
IL DIRITTO / IL ROVESCIO L’inesauribile corrente delle parole

 

di: Helena Janeczek

Ogni volta che sulla via dell’aeroporto trovo l’Allianz Arena inondata del rosso e bianco della squadra di casa, mi torna in mente l’amico di mia madre, sepolto non lontano dai miei genitori al cimitero ebraico di Monaco. Jósek Silberschatz tifava contro la Nazionale con la stessa veemenza con cui teneva per il Bayern. La prima cosa era normale per un ebreo polacco scampato alla Shoah, la seconda era straordinaria. Una volta mi azzardai a domandargli come potesse coltivare quella fede calcistica e lui rispose, senza altre spiegazioni, che era storicamente kosher, la sua squadra.

Scoprii anni più tardi che tra coloro che nel 1900 fondarono il Bayern in una birreria di Schwabing c’erano dei commercianti e artisti ebrei. Era lo stesso quartiere bohémien dove nel 1913 si stabilì un pittore sfortunato di nome Adolf Hitler. Nei decenni a venire, mentre le prestazioni del Bayern migliorarono, si consolidava anche l’appellativo “Judenclub”, molto in uso presso gli aderenti al movimento nazista che, contemporaneamente, cresceva a dismisura.
Accade infine che nel 1932 il Bayern vinca per la prima volta il campionato, ma non possa aspirare a replicare la vittoria. L’anno successivo arriva al potere Hitler. Il presidente ebreo della squadra, Kurt Landauer, presto destituito, finisce deportato a Dachau prima di riuscire a mettersi in salvo in Svizzera. Ci riesce invece l’allenatore Richard “Dombi”, nato in Austria con l’inequivocabile cognome Kohn. Ma è la perdita di un giocatore a suggellare il declino della squadra, l’uomo che nella finale del ’32 aveva tirato un rigore rimasto leggendario.

Oskar Rohr, sesto figlio di un oste di Mannheim, non era ancora maggiorenne quando Richard Dombi, vedendolo giocare nella giovanile, lo aveva portato al Bayern Monaco. Sono bastate due stagioni per fare di “Ossi” uno degli attaccanti più amati del calcio tedesco. Quando nel ’33 esordisce nella Nazionale, è già il centravanti che promette di portare la squadra alla vittoria dei Mondiali del ’34 e delle Olimpiadi del ’36, trionfi che avrebbero esaltato la Germania pronta a vedere nelle conquiste sportive l’anticipazione della conquista del mondo.

Invece Oskar Rohr decide di seguire il suo allenatore ebreo in Svizzera. Dombi ha ottenuto un incarico presso i Grasshoppers di Zurigo che grazie all’arrivo del campione vincono il titolo elvetico nel 1934. Forte di quella prestazione, accetta l’offerta di una squadra impegnata in un campionato più importante. Al Racing di Strasburgo, che non ha mai più visto tanti gol – 117 in cinque anni! – segnati da un solo attaccante, gli regalano una Citroën con cui Ossi si dà alla bella vita. Leben wie Gott in Frankreich, “vivere come Dio in Francia”, è un motto che sarà in voga anche presso i suoi connazionali che vi si insedieranno come occupanti.

Nel frattempo, il campione osannato del Racing in Germania diventa “disertore”, “traditore della patria”, “gladiatore mercenario”. I giornali scrivono che l’avidità, da cui si è lasciato contagiare nel club ebraico di Monaco, lo avrebbe portato a preferire una carriera all’estero alla convocazione in Nazionale. Non meraviglia che fosse questo il modo di rappresentarlo nel periodo nazista. Desta invece qualche pensiero che, pur dismettendo i giudizi ostili, le più recenti fonti tedesche ribadiscano che Ossi sarebbe espatriato semplicemente perché il regime non gli consentiva di giocare da professionista.

In Germania Oskar Rohr è ricordato come un ragazzo “del tutto apolitico”, in Francia non è commemorato soltanto come un eroe del calcio, ma per giunta come un “antifascista”.

Quale delle due versioni è vera? O non lo è nessuna delle due? Forse sarà per sempre impossibile trovare una risposta, visto che la storia del formidabile marcatore del Racing diventa ancora più ricca di discrepanze e punti oscuri, quando la Francia verrà travolta dalla guerra lampo. Come tutti gli esuli che devono aspettarsi il peggio, anche Oskar Rohr si mette in fuga, raggiungendo il sud sotto controllo del governo di Vichy, la cosiddetta “Zona libera”. Si stabilisce vicino a Sète, graziosa cittadina di porto, dove si presta a giocare nella squadra locale, ricevendo in cambio la possibilità di vivere tranquillo.
È rimasto sempre lì o, a un certo punto, si è arruolato nella Legione Straniera? Le fonti tedesche sostengono che quella sia una leggenda diffusa dai nazisti per alimentare fino all’ultimo il profilo del “mercenario”. No, ha combattuto contro i tedeschi, insistono le fonti francesi. L’ipotesi non appare del tutto peregrina, considerando che, sin dal 3 settembre 1939, giorno in cui la Francia dichiara guerra alla Germania, tutti i cittadini del Reich presenti sul suolo francese sono tenuti a consegnarsi come “stranieri nemici”. Vengono segregati negli appositi campi d’internamento che si riveleranno di un’utilità nefasta nel momento in cui gli occupanti li troveranno pieni di ebrei e di oppositori politici, pronti da deportare nei lager nazisti, dove soltanto un numero esiguo riuscirà a scampare alla morte. L’unica alternativa ai campi francesi concessa a un tedesco era, appunto, la scelta di arruolarsi nella Legione Straniera.

Ma anche se crediamo alla versione che Ossi abbia potuto risiedere a lungo vicino a Sète, prima o poi è un uomo alla macchia che cerca disperatamente di lasciare la Francia e l’Europa, come tutti i suoi connazionali in pericolo.

Non è chiaro come mai si sia nascosto a Marsiglia, visto che Sète sarebbe stato un buon punto di partenza per raggiungere via mare Casablanca o, attraverso le montagne, la Spagna e il porto di Lisbona. Sembra che ci sia un buco che nessuno ha avuto interesse a colmare, una porzione di storia che stonerebbe con la biografia celebrativa di un campione di calcio. Forse Ossi è stato legionario e poi disertore, o magari la protezione di cui godeva a Sète non era sufficiente per evitargli una denuncia e, infine, l’internamento. Certo è invece che proprio a Marsiglia, città tanto gremita di profughi quanto di collaborazionisti, Oskar Roth cade nella trappola di chi lo cerca. Lo arrestano per “propaganda antifrancese e comunista”, trovando degli opuscoli finiti chissà come nella sua camera d’albergo. Lo condannano a una pena di qualche mese scontata a Strasburgo, anticamera per un ritorno in patria che lo conduce dritto nel campo di concentramento Kislau-Karlsruhe. Ma agli inizi del 1943, il Reich ha un bisogno estremo di forze da impiegare sul fronte Orientale e allora lo mandano in Russia come soldato semplice: forse per statuire un esempio e consentirgli l’unico riscatto ammissibile, il sacrificio per la patria. Eppure sembra che Ossi sia riuscito di nuovo a scamparla, perché a un giocatore così spettacolare non voleva rinunciare neanche la squadra di calcio della Wehrmacht. Poi c’è un aneddoto davvero romanzesco su come abbia raggiunto la salvezza. Il soldato Rohr, ferito, in attesa di cadere nelle mani dell’Armata Rossa, viene riconosciuto da un pilota che sta sorvolando il campo di battaglia. L’uomo, tifosissimo del Bayern, lo carica sull’aereo e lo riporta in Germania.
Dopo la guerra, Ossi ritorna a Mannheim, dove continua a giocare finché lo sostengono le gambe. Muore nel 1988.

La vicenda di Oskar Rohr suggerisce alcune riflessioni valide ancora oggi. La prima è che le regole ferree a cui sottostanno i comuni mortali vengono volentieri messe tra parentesi per un grande calciatore. Eppure la storia di un campione non appartiene mai a lui medesimo. Diventa patrimonio di una squadra, una tifoseria, una nazione. Conteso tra due paesi in guerra, Ossi non è stato stritolato tra due fuochi per un soffio. Ma visto che nel calcio le narrazioni conservano uno spirito nazionalista anche in tempi di pace, neppure i tempi di pace hanno saputo restituirgli una biografia completa e coerente.

Chi era veramente Ossi Rohr?

Come mai, anziché vincere il campionato svizzero con i Grasshoppers di Zurigo, non si è fatto osannare dall’intero popolo tedesco durante i Mondiali del ’34?

Perché è rimasto al Racing, quando segretamente lo avevano contattato per averlo in Nazionale durante le Olimpiadi di Berlino? Solo perché a Strasburgo lo pagavano meglio, omaggiandolo pure di una Citroën decappottabile? Quante automobili di lusso e altri privilegi avrebbe avuto, l’ariano Oskar Rohr, se, dopo un gesto d’abiura e pentimento, fosse tornato in patria come un figliol prodigo?

E se nel 1933, quando decide di seguire in Svizzera il suo allenatore ebreo, può sperare ancora che si tratti di una scelta reversibile, nel 1936 dovrebbe essergli chiaro che il rifiuto di rientrare in Germania significa non poter più rivedere la sua città natale, i suoi genitori, i suoi fratelli. Come ha vissuto, Oskar Rohr, l’adorazione rovesciata in odio sistematico? Gli bastava guardare l’estratto del conto svizzero o francese perché tutte quelle infamie gli scivolassero sull’epidermide? Siamo sicuri?

C’è stata, infine, un’ultima occasione in cui Ossi avrebbe potuto tornare sui suoi passi. Quando la Wehrmacht occupa la Francia, i tedeschi di razza ariana non registrati come antifascisti sono chiamati alla leva. Ma Oskar Rohr non si presenta. Gli uomini che sanno dire “no”, secondo la definizione di Albert Camus in L’uomo in rivolta, si trovano persino tra coloro che hanno sempre aspirato a tirare un pallone in porta, e nient’altro.

© 2018 LETTERATURE.Festival Internazionale di Roma
Top