di: Antonio Manzini

Non sono certo l’unico a essersi chiesto cosa sia un classico

Consigli pratici per l’uso

Non sono certo l’unico a essersi chiesto cosa sia un classico. Scrittori, filologi, antropologi, tutti hanno dato una risposta, valida, soddisfacente ma non completa. Per Asor Rosa un classico è sicuramente figlio di uno scrittore radicale, per Mark Twain, più dissacrante, il classico è qualcosa che tutti dicono di aver letto ma in realtà nessuno l’ha mai fatto; al contrario Italo Calvino lo definisce come quel libro che non leggi ma rileggi. Credo che possiamo essere tutti d’accordo però nel dire che classico è un libro che resta ai posteri. Che qualità deve avere? Affrontare grandi temi. La vita, la morte, la gioia, l’amore. La psicologia dei personaggi. La storia, universale, immensa, obiettiva. La scrittura alta, un recinto lessicale nuovo, ritmico, profondo, ironico, struggente. Difficile il compito di etichettare uno scritto quindi, anche perché spesso sono i posteri, gente che non conoscerai mai, a deciderlo. Oggi è facile parlare di Flaubert, Tolstoj, Kafka, Pavese, Dostoevskij. Domani forse parleranno di Carrère? Di Fountain? Di Onetti? Non lo so, ma una cosa è chiara: lasciare qualcosa a chi ci sopravviverà, un’immagine, una traccia, anche solo un pensiero, è un bisogno di cui pare l’uomo non possa fare a meno, lasciarlo appunto o anche solo riconoscerlo come eredità e testimonianza di una vita, di un pensiero. Se andiamo indietro nel tempo, prima che il romanzo diventasse una forma d’arte o almeno di comunicazione, prima ancora delle tragedie e dei poemi, gli uomini ricorrevano alle iscrizioni funerarie per raccontare la loro vita, ai nipoti , ai nipoti dei pronipoti, addirittura a noi, migliaia di anni dopo. Ecco perché ho pensato che le incisioni funerarie, eredità mnemonica lasciata alle nostre spalle, dovrebbero essere annoverate fra i classici della letteratura. Ce ne sono di tanti tipi. Molte sono solo informative: “qui giace Lucio Licinio Murena, senatore e marito devoto”. Altre sono un po’ più descrittive: “cavaliere e conquistatore” eccetera eccetera. E così nei secoli questa pratica è andata avanti. “Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua” lo si può trovare sulla tomba di Keats, al cimitero acattolico di Roma. E sempre a Roma Raffaello al Pantheon lascia questa frase: “qui è quel Raffaello da cui, finché visse, madre natura temette di essere superata da lui e quando morì temette di morire con lui”. Scritta maluccio, ma il senso è chiaro. Qualcuno se l’è scritta da solo, per gli altri ci avrà pensato un parente o un amico. “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”, ci dice Sciascia. Credo se la sia scritta lui. Sicuro invece che un compagno di partito o un parente cieco abbia scritto quella per Richard Nixon: “il più grande onore che la Storia può conferire è il titolo di pacificatore”. Ambigua perché non si capisce se è ironica oppure se lo scrivente credeva veramente in questa frase e nel ruolo rivestito dal 37° presidente degli Stati Uniti d’America. Di sicuro pugno autobiografico e sincero è quella che ci ha lasciato Vittorio Gassman. Ci dice “Non fu mai impallato”: impallato in gergo teatrale significa essere coperto da qualcun altro. Succede spesso a teatro che un attore vicino al proscenio rischi di impallare un collega posizionato più in fondo. A Gassman non poteva succedere, primo perché era alto un metro e novanta, secondo perché era lui semmai che impallava gli altri, con l’altezza fisica e interpretativa. Non esiste la tomba di Hitler, ma se esistesse io vorrei trovarci un epitaffio che reciti più o meno: “Morire era il minimo che potessi fare per l’umanità”.

Ma ce ne sono a centinaia di epitaffi, gravi, dolenti, oppure ironici e scanzonati. Tutti scritti per la posterità, tutti lasciati sul marmo o sulla pietra per poter dire alle generazioni future: io c’ero! Non tutti gli esseri umani hanno la fortuna di finire sui libri di Storia o quelli d’arte o anche solo sulle cronache. Grandi artisti, grandi politici in effetti non avrebbero bisogno di epitaffi altisonanti, il loro pensiero, il loro lavoro è già nero su bianco sui testi, ma sono una minoranza rispetto all’umanità. E che, gli altri non hanno il diritto di lasciare un classico, una traccia, anche solo un frammento degli anni che hanno passato su questo pianeta? Allora io mi sono permesso di scrivere un prontuario per chi non ha tempo o parenti che si vogliano impegnare alla bisogna, oppure magari s’è ricordato dell’epigrafe un po’ in ritardo. Ritengo sia profondamente democratico dare a tutti la possibilità di restare nella memoria anche solo con una frase. E vado a incominciare. Le ho divise in categorie, per rendere magari più semplice la scelta. Data la serietà dell’argomento, comincerei con gli “epitaffi apodittici”. Si sposano bene col panorama lugubre e triste di un cimitero e tornano utili per darsi un tono:

La morte è l’unica esperienza che non si può insegnare.

Fra le cose stupide della vita, la morte le batte tutte.

Se qualcuno ha detto che la vita è la scala di un pollaio, corta e piena di merda, è perché non ha visto cosa c’è da quest’altra parte!

L’unica cosa da ricordare della mia vita è la mia morte.

La vita è un film giallo in cui sai perfettamente che la vittima sarai tu.

Ci sono poi gli epitaffi che ho raggruppato sotto la categoria “epitaffi ironici”. Sono destinati alle persone che vogliono lasciare un ricordo filtrato da un sorriso e a novembre possono tirare su il morale:

Salute a te, che passando guardi la mia lapide. Proprio non hai un cazzo da fare oggi, eh?

La vita fa schifo. Ma sinceramente la preferivo.

Daje e daje prima o poi lo sapevo che andava a finire così.

Madonna che mortorio!

Ditemi che non è vero!

Ma ho detto qualcosa che non va?

Chi mi ama mi segua. Scherzo…

Ho campato un po’ di più, perché quando è arrivata la mia ora, avevo su ancora quella legale.

Sapevo che vedere il prete e il medico al mio capezzale non era un buon inizio di giornata.

Potrebbe esserci chi davanti alla morte preferisce mantenere un atteggiamento ottimistico. Niente da obiettare, è il loro epitaffio, la loro frase, il loro ricordo. Ecco allora gli “epitaffi ottimisti”:

Venite a trovarmi quando volete. Tanto io qui sto.

Casomai ci sentiamo…

Sono stato un inguaribile ottimista. che ha visto il bicchiere sempre mezzo pieno anche se, sinceramente, ora come ora, non saprei.

Non è detta l’ultima parola.

Vabbè, mi faccio vivo io.

Molti di noi hanno il vizio o la virtù di riempire il prossimo di domande. Perché non farlo anche dopo morti? Richieste a chi gli è sopravvissuto, insomma? Con gli “epitaffi interrogativi” può continuare a esercitare il sacrosanto diritto della domanda:

Qualcuno ha contato quanta gente c’era al mio funerale? Voglio dire, a parte me?

Devo dire qualcosa a nonno?

Quando vi dicevo che il colore giusto delle urine non è l’indaco ma il giallo paglierino, perché nessuno mi ha creduto?

E a proposito di richieste, una cosa è certa: tutti abbiamo voglia di sapere qualcosa di più sui grandi misteri esistenziali. E siamo convinti, nel nostro intimo, che una volta di là qualcosa ci verrà svelato. In fondo ce lo meritiamo pure, no? Ecco allora gli “epitaffi delle grandi domande”:

Troverò le risposte adesso? Mi diranno il perché? Verrò a conoscenza dei misteri? E soprattutto, me ne fregherà ancora qualcosa ora che sono morto?

Verrà il giorno che tutti noi risusciteremo. Vorrei foste un po’ più chiari. Vuol dire che io tornerò in vita? Ma a che età? Perché a 20 anni ci sto, ma a 94 con tutti gli acciacchi rimarrei volentieri sotto terra.

Verrà il giorno che tutti noi resusciteremo. E quei poveracci nella fossa comune, come faranno a distinguere le ossa? Cioè, ci sarà gente con tre clavicole e sette tibie?

E se avevano ragione i giapponesi? Che gli dico ora che Lo incontro?

Ma me le posso fare le condoglianze da solo?

Ora la morte è sicuramente un brutto scherzo, sicuramente poco piacevole per tutti e non potevo non pensare a degli epitaffi per chi è rimasto un po’ amareggiato dalla cosa.

Perché ti fanno vivere se alla fine ti ammazzano?

Mi sono annoiato da vivo, figuratevi adesso!

Quando vi dicono che non tutti i mali vengono per nuocere, non date retta.

Guardate come vi riduce la vita!

Non sto qui a dirvi quanto mi dispiaccia per la mia dipartita. Sinceramente, avrei preferito fosse la vostra.

Sono nato povero e sono morto ricco. Poi dice che uno si incazza.

E non venite a dirmi che mi poteva andare peggio!

Come faccio a chiamarlo Dio se mi ha fatto uno scherzetto del genere?

Quant’è vero che ne ammazza più una penna che la spada! A me hanno provato a fare la tracheotomia con la bic.

Se mi dispiace? Certo che mi dispiace! Vorrei vedere voi al posto mio.

Tutto il tempo a disposizione e una mazza da fare!

Ora se non altro la smetterete di rompermi i coglioni.

Perché dovrei venire a darvi i numeri nel sonno? Mi dareste forse una percentuale? E anche se sì, mi dite che ci faccio?

Ho pensato poi a un’intera sezione dedicata alle donne, meglio alle mogli. Finalmente di fronte all’assoluto e all’inspiegabile mistero della vita c’è la possibilità dello sfogo. Sono gli “epitaffi muliebri”:

Non dite niente a mio marito. Capace che viene pure lui.

Moglie dolcissima, madre affettuosa, nonna impagabile. Dio, quanto tempo ho sprecato!

L’unica cosa che mi rende euforica è sapere che adesso le camicie se le deve stirare da solo!

Sono venuta al mondo da sola, e da sola me ne sono andata. Perché mi sono sposata allora?

Me ne sono andata senza rimorsi. Senza pesi sulla coscienza. Senza rancori. Dove ho sbagliato?

E’ tanto largo, proprio accanto a mio marito dovevate seppellirmi?

Sono stata una madre snaturata, una donna senza morale, ho dato via il mio corpo neanche fosse una nocciolina. Però, avete visto quanta gente al funerale?

Si può preferire davanti alla morte un atteggiamento più riservato, anzi direi più cauto. E allora se si preferisce restare sul sicuro, l’”epitaffio tautologico” è quello giusto:

Se stai leggendo questo epitaffio, significa che sono morto.

Che palle!

Qui non è come in tribunale, sapete? Qui veramente la cosa è uguale per tutti.

Non sono mai stato puntuale in vita mia. Pensate che dovevo morire già due anni fa.

Sono nato, ho vissuto, sono morto. Diciamo che le cose fondamentali, quindi, le ho fatte.

C’è chi invece sente di dover correggere i vivi, di avvertirli del pericolo nel fare qualche passo falso, dal considerare rischi come tali e non prenderli sottogamba. Ecco allora degli “epitaffi ammonitori”:

Se potessi tornare indietro, sicuramente non rimangerei le cozze.

Amore, te l’avevo detto che i funghi era meglio comprarli al mercato…

La vita è un vizio che prima o poi te lo devi levare. Io l’ho fatto.

Non mi sono mai fidato del prossimo. A parte una volta. E ora eccomi qui…

Se proprio non resistete ad un raptus omicida, controllate prima che la pistola sia ben oliata e non presenti tracce di ruggine o terra nella canna.

Infine ho lasciato quelli più teneri, non oserei dire poetici, è troppo, li definirei effettivi, aperti, umani. “Epitaffi positivi”, ecco:

Ho dedicato la vita al prossimo. Era giusto che la morte me la tenessi solo per me.

Nessuna come la morte è stata così sincera con me.

Ho vissuto bene. Ho amato, e sono stato amato. Mi sono spento serenamente. Non è che ci posso rifare?

La morte è una ladra che si prende la cosa più preziosa che avete e non ve la restituisce.

Come? E’ finita? Così? Non lo so, un applauso? Niente? Vabbè, alla prossima…

Sono pronta ad affrontare il mio Signore. Ma Lui è pronto ad affrontare me?

Ciao a tutti. Torno a casa!

© Antonio Manzini, 2019

© 2019 Biblioteche di Roma Capitale

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