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IL DIRITTO / IL ROVESCIO L’inesauribile corrente delle parole

di: Laura Morante

Ci risiamo.  Sono nella mia stanza, sola.  Riconosco perfettamente la sopraccoperta bianca e azzurra e il disegno a spina di pesce alla francese del parquet.

Quando accosto la porta, i  cardini arrugginiti producono il  familiare cigolio  lungo e strozzato. Fino a questo momento, insomma,  tutto normale.

L’assenza di Luca potrebbe  essere forse  un’anomalia, ma trascurabile, direi. E poi, neanche: succede di tanto in tanto  che si trattenga fuori per lavoro.

Il primo autentico indizio è  quindi verosimilmente un pensiero abbastanza fuggevole, però già lievemente  permeato di apprensione, un pensiero che suggerisce che al piano di sopra ci sia qualcun altro, un parente, o un’amica – posso considerarlo un indizio  per la buona ragione che qui non c’è un piano di sopra.

È notte, il mio orologio (questa è una novità) segna  le due e venticinque minuti. Da fuori gran frastuono di pioggia e di tempesta.

La spallina sinistra della mia lunga camicia da notte continua a scivolare,  dandomi impaccio mentre sistemo il letto  – in un contesto simile, una settimana fa,   preparavo una valigia.

Improvvisamente un colpo di vento, si direbbe,  fa vacillare  la  luce del comodino, che si impenna,  ondeggia e  si spegne.

Dovrei ragionevolmente dedurne che mi trovo in presenza di un secondo indizio, considerato che questa  non è la fiamma di una candela, come  la volta scorsa, ma una lampadina elettrica, e che le finestre attualmente  sono chiuse e non più spalancate.

Mirella mi ha fatto notare che stranezze e incongruenze del genere tendono a ripresentarsi in frangenti analoghi più o meno nella stessa forma. Quindi, secondo lei, se io riuscissi a traghettare fin qui una quota sufficiente di lucidità, la loro apparizione funzionerebbero come un segnale di allarme;  indizi, appunto, che innescherebbero a loro volta una semplice e  salutare riflessione:

“È più che probabile che circostanze irreali siano il preludio a un accadimento altrettanto irreale, per quanto incontestabilmente mostruoso”.

Un simile ragionamento  mi eviterebbe di precipitare nel panico.

Ma io sono inesorabilmente  immersa in questo tempo e in questo luogo, e certo non penso a raccogliere   indizi o a individuare segnali, né sono in condizione di   concepire pensieri razionali.

Per cui,  non diversamente dal solito, quando la sento arrivare il terrore mi prende alla gola.

Prima  solo rumore di  passi e balzi felini, e poi  l’ombra gigantesca e scura che i lampioni della strada proiettano su una parete della mia stanza.  Naturalmente non  posso muovermi, non posso gridare, non posso neanche tirare su la spallina della camicia da notte che nel frattempo è scivolata ancora, scoprendo un seno che non guardo, ma  che mi figuro vulnerabile e bianco.

La porta stride, si apre lentamente. In controluce si delinea la sagoma immensa della Bestia.

Eccola che si avvicina, ha il corpo e i tratti di una tigre, o forse di un ghepardo,  ma la statura e la postura di un orso, con le due zampe anteriori protese minacciosamente verso di me.

Vorrei chiamare aiuto, ma non riesco a emettere suono, sono scossa da un tremito violento, lotto contro la paura che mi attanaglia.

Poi finalmente la mia voce prorompe in un grido lacerante.

Urlo, urlo, con tutto il fiato che ho in corpo…

E  mi sveglio.

Sudata, sconvolta,  piangendo,  addirittura singhiozzando.

Stavolta però  Luca accende la luce, si tira su, si stropiccia gli occhi, mi guarda senza fare un gesto per rassicurarmi o consolarmi, e poi mi dice piuttosto freddamente:

“Non si può più andare avanti così. È la terza volta questa settimana. Devi vedere un medico. Liberati da questa Bestia.”

Giuro che non lo facevo apposta, anzi, in tutta sincerità, mi dispiaceva  deluderlo,  sembrava un signore per bene, mi ispirava fiducia.

Solo che non mi veniva  niente da dire. La mia testa era davvero vuota.

Le sue domande scavavano come trivelle che si ostinino a perforare un terreno il cui sottosuolo è definitivamente privo di risorse.

Lunghi silenzi sempre più inerti. Cinquanta minuti inutili.

Alla ricerca di analogie che sembrava non stessero da nessuna parte.

A un certo punto, veramente, a forza di rovistare nel bric-à-brac dei ricordi, in un libro illustrato di fiabe della mia infanzia, ero riuscita a scovare un grosso orso bruno ritto sulle zampe posteriori che mi sembrava  potesse essere una traccia.

Ma non  appena  ho detto al dottore  che mia madre era un’allegra affettuosa casalinga e mio padre un ottimo marito, astemio, mite, gran lavoratore e tenero con noi figli, ho visto  spegnersi il tenue barlume di interesse che mi era sembrato di cogliere nel suo sguardo.

Siamo immediatamente  ripiombati nel silenzio.

Alla fine si è alzato per congedarmi e mi ha detto con una certa gravità che aveva bisogno della mia collaborazione, che lui non poteva aiutarmi a sconfiggere la Bestia se io rifiutavo di fare la mia parte.

Mi ha prescritto delle gocce e poi mi ha assegnato   dei compiti a casa, per così dire,  che consistono appunto nel ricercare analogie con il  materiale tratto dall’esperienza diurna, remota o recente, senza giudicare, senza remore, senza tabù.

Ci sto provando; diligentemente, con impegno, come ai tempi della scuola.

Stanotte per fortuna ho sognato il mare.

“Hai mai pensato di tradire Luca?” mi chiede Mirella dopo un momento.

“So che non lo hai fatto,” aggiunge subito”ma lo hai mai immaginato? Tradirlo con qualcuno, con un uomo in particolare, voglio dire”

Benché non riesca a vedere un nesso logico fra la sua domanda e quello che le ho appena raccontato, non voglio sembrare pedante e quindi ci rifletto su.

Ma è come controllare se non si sia dimenticato qualcosa in una stanza senza arredi, né armadi, né cassetti, né sportelli.

È un’operazione facile e veloce e quindi posso rispondere istantaneamente:

“No”

Lei mi guarda piuttosto a lungo – ho il tempo di notare che la luce del sole calante che filtra attraverso le tende veneziane conferisce ai suoi capelli una sfumatura ramata che le dona molto. Poi dice:

“Io immagino continuamente di tradire Sandro”

Ho l’impressione  di aprire una porta e sorprendere senza volerlo una persona nuda, o intenta a qualche atto sconveniente. Non mi piace, mi imbarazza, e richiudo subito la porta.

Che in questo caso consiste nel chinarmi a prendere la gatta che tenta di sfuggirmi, nel  forzarla a restare sulle mie ginocchia e nel chiedere contestualmente:

“Con chi?”

Mirella non mi risponde, guarda non so cosa,  sembra smarrita nella contemplazione di un miraggio. D’altronde ho parlato abbastanza piano e può anche essere che il ronfare della gatta, che nel frattempo ha cominciato a fare rumorosamente le fusa, abbia  coperto le mie parole.

“Con chi?” ripeto più sonoramente, schiarendomi la voce.

“Dipende”risponde lei.

Poi, dopo una pausa che mi pare abbastanza studiata, aggiunge:

“A volte anche con Luca”

Ora spiegatemi questo: sento un’onda impetuosa e calda che dallo stomaco, o forse da più in basso, si gonfia e sale fino al petto e alla testa, e poi scende di nuovo  e gorgoglia e si placa, con un movimento di lenta risacca.

Sono andata  a letto molto tardi, dopo aver guardato in televisione i programmi più insulsi. Non volevo dormire, non volevo consegnarmi al sonno. Sapevo  che la Bestia mi stava aspettando.

Raffiche di vento. Crepitio di foglie smosse.

Sono a letto, nuda, coperta soltanto da un lenzuolo ruvido e freddo, al cui contatto rabbrividisco.

La porta si apre lentamente, stridendo.

Entro la cornice appena visibile dell’intelaiatura si erge, gigantesco, Il corpo della Bestia.

Muove un passo, poi un altro, si  avvicina lentamente,  ansimando.

Il suo lucido pelo fulvo sembra percorso  da rutilanti  saette, la sua testa è come avvolta in una nube d’ombra.

Ancora un passo. Con un brutale sforzo   riesco a estrarre  il braccio destro da sotto il lenzuolo che si è come incollato alla mia  pelle.

Lo strappo produce lacerazioni dolorose, dalle quali sento sgorgare un sangue caldo e denso.  Protendo il braccio tremante verso la Bestia, per respingerla, per fermarla, o forse per implorarla.

La Bestia avanza verso di me, il suo respiro è un rantolo cavernoso, la sua enorme testa sta per uscire dall’oscurità, fra un istante attraverserà la lama di luce  che penetra  nella stanza dalle persiane socchiuse, e io vedrò la sua faccia,  più terribile,  più spaventosa di sempre, non voglio vederla, non  voglio, non voglio, non voglio…no!

Credo di non aver mai gridato tanto forte.

Attraverso la finestra che dà sul  cortile,  abbiamo visto accendersi le luci di diversi appartamenti.

Io, non so come,  mi sono subito  riaddormentata, sprofondando   in un sonno fosco e senza sogni.

Luca invece non è  più  riuscito a chiudere occhio. È furioso con me perché ho dimenticato di prendere le gocce.

Ieri,   finalmente, ho visto emergere qualcosa. Verso le tre del pomeriggio.

Ero in camera mia, semidistesa sul letto, nella penombra.

Stavo pensando all’orologio, quell’orologio  che nel sogno segnava le due e venticinque minuti, quando mi è venuto in mente che una settimana fa, dopo cena, mentre riaccompagnavamo alla porta i nostri amici, io avevo guardato l’orologio a muro  della cucina che segnava le undici e venticinque e avevo commentato:

“Non è poi così tardi, pensavo peggio”

Sandro aveva dato subito un’occhiata al suo cellulare e aveva detto:

“Mi dispiace disilluderti, ma mi sa che quello è fermo, sono quasi le due”

“Le due!” avevo esclamato io ”Di notte?”

A quel punto tutti erano scoppiati a ridere, e Mirella aveva raccontato una nostra conversazione di  due anni prima che dimostrava come  io fossi distratta e svagata e non avessi il senso della realtà.

Io sul momento c’ero rimasta male, mi ero sentita a disagio, non mi piaceva che lei mettesse in piazza in quel modo certe nostre chiacchiere confidenziali fra amiche.

Però sembrava che gli altri trovassero la cosa molto divertente, e avevo finito per riderne anch’io.

Fatto sta che ieri pomeriggio l’analogia  fra i due orologi, che fino ad allora mi era completamente sfuggita, mi è sembrata subito evidente, anche se non particolarmente significativa.

Così mi sono detta che ero sulla buona strada e ho continuato a pensare,   sforzandomi di individuare  altre analogie, possibilmente  più rilevanti. Sennonché, mentre ero lì che riflettevo, il cellulare che Luca aveva lasciato sul comodino si è messo a squillare, e questo ha naturalmente spezzato il filo dei miei ricordi e ragionamenti, per cui oggi pomeriggio sono tornata dal dottore con un materiale insufficiente, me ne rendevo conto  io stessa.

Il dottore infatti mi guarda con un’espressione molto scontenta e poi mi dice  seccamente:

“E questo è tutto”

A parte il fatto che il suo tono è abbastanza antipatico, la battuta non suona come una domanda, e quindi non mi pare necessario rispondere.

Ci scambiamo uno sguardo senza  cordialità, poi rimaniamo  zitti   per un po’, ognuno per i fatti suoi.

Ho quasi finito di contare le strisce  di colore verde  che attraversano verticalmente il tessuto grigio del divano, quando il dottore mi chiede a bruciapelo:

“Il suo è un matrimonio felice?”

Stavolta non  ho neanche   bisogno di gettare  un’occhiata dentro la  stanza vuota che avevo virtualmente  esplorato   prima di rispondere a Mirella, e dico  senza la minima esitazione:

“Certo”

I suoi occhi che già mi osservavano con sospettosa freddezza, ora esprimono  una indignata incredulità.

Per un attimo ho l’impressione che stia per alzarsi in piedi e intimarmi imperiosamente di uscire.

Invece mi scruta per un certo tempo, poi dice:

“Immagino che anche la sua sessualità sia perfettamente appagata”

Ora, se c’è una cosa che ho sempre odiato sono i discorsi sul sesso.

Perfino tra amici,  o in famiglia. Figuriamoci dunque se ho intenzione di affrontare un tema del genere con un estraneo.

Per cui non raccolgo,  faccio come se non avessi sentito, e mi concentro a osservare una vetrinetta con dei fossili che si trova dietro la sua testa.

I rimanenti ventisei minuti trascorrono in un silenzio neutro – a meno che non sia invece impregnato di irritazione.

La memoria però  funziona in un modo  strano.

Non si riesce a capire per esempio perché certi dettagli a volte scompaiano, anche per lungo tempo,  per poi materializzarsi di nuovo all’improvviso, grazie a uno spunto qualsiasi.

Ho già raccontato la storia dell’analogia dell’orologio con quel dopocena – le battute le risate e l’imbarazzo. E di come lo squillo del cellulare di Luca un pomeriggio qualche giorno fa   abbia  interrotto  le  mie riflessioni, sorte appunto dal riaffiorare di quell’ episodio, tutto sommato abbastanza banale.

Che è quanto ho in seguito riferito al dottore.

Ma oggi succede questo.

Sto aspettando Mirella fuori da un negozio di calzature  dove lei è entrata per chiedere il prezzo di un paio di scarpe di vernice rossa con un tacco sottilissimo e sinuoso  che mi pare  alto in modo esagerato, quando, attraverso la vetrina, la vedo frugare nella borsa e poi appartarsi per rispondere al telefono.

Intuisco  dal suo atteggiamento che sta parlando con una persona con la quale ha un rapporto familiare, o anzi  intimo,  e  penso distrattamente  che con ogni probabilità  si tratta di Sandro.

Questo pensiero risveglia immediatamente per banale associazione un frammento di ricordo che era andato chissà come perduto, e cioè  che quel pomeriggio quando ero distesa sul letto, nella penombra, occupata con le analogie degli orologi, dopo che la suoneria del cellulare di Luca aveva  mandato in frantumi la scena che stavo tentando di ricostruire,  non ero immediatamente  uscita dalla stanza, come credevo di rammentare, e come conseguentemente avevo riferito al dottore.

Le cose erano andate così.

Quando il telefono aveva squillato, io,  in modo automatico, senza intenzioni particolari,  avevo dato una sbirciata al display riuscendo a leggervi  “Sandro”. In quel preciso momento Luca era entrato, facendomi sobbalzare,  con un asciugamano buttato su una spalla  e, prima di rispondere, mi aveva detto in tono di scherzo:

“Che fai? Controlli?”

Come si vede la differenza fra le due versioni è minima, tanto più che subito dopo ero effettivamente uscita dalla stanza.

Ma non finisce qui, perché  questo insignificante  frammento di ricordo, mentre sono lì a guardare Mirella attraverso la vetrina,  suscita a sua volta   un altro  frammento di ricordo, che in un primo momento va  e viene  senza che io riesca  a metterlo a fuoco, e che poi alla fine assume una fisionomia abbastanza singolare.

Il secondo frammento emerso si situa più indietro, al già più volte citato dopocena con orologio risate e imbarazzo.

E consiste in questo:

mentre nel corridoio  tutti stiamo ridendo  della mia svagatezza, mi colpisce all’improvviso il  modo nel quale mi guarda Sandro, con un’espressione   straordinariamente benevola e quasi tenera.

Subito  dopo ci salutiamo. Prima Mirella abbraccia Luca, poi io abbraccio Mirella, ma  quando sto per abbracciare Sandro, come faccio sempre, inspiegabilmente qualcosa mi trattiene, e gli tendo soltanto  la mano.  Allora noto  che la sua stretta  è   leggermente diversa da come mi sembra che dovrebbe essere, non saprei dire se  più forte o più lunga.

Non credo che mercoledì prossimo  avrò voglia di parlarne col dottore.

Mirella mi ha fatto uno strano discorso che lì per lì mi ha interessato poco e mi ha innervosito abbastanza.

Però devo anche  ammettere che poi,  in seguito,  ha generato come un’eco, che ho continuato a sentire a lungo.

C’eravamo rifugiate  in un caffè, fuori pioveva forte, raffiche violente strapazzavano  i platani  lungo la  strada. Una vera tempesta, in   pochi minuti si era scatenato il finimondo.

Questo naturalmente mi ha fatto subito pensare alla bufera che sempre precede l’arrivo della Bestia.

Per un attimo ho temuto che Mirella volesse ricominciare con le sue domande sulle fantasie erotiche, che è dove in generale la conducono, attraverso associazioni piuttosto incomprensibili, i miei racconti sulla Bestia.

Invece, dopo un silenzio  assediato  da molti suoni – voci,  pioggia,  vento e  rumore di  cucchiaini che giravano nelle tazze, ha detto:

“Può darsi che la Bestia ti sembri più terribile di quello che è”

“Di quello che è? “ ho chiesto, “Come fa a  esserci una differenza fra quello che la Bestia è e quello che sembra a me? Lei è   quello che a me sembra che sia”

“Questo non è sicuro” ha obiettato lei.

Non sapevo dove voleva arrivare,  sentivo però che era   meglio opporre una certa resistenza.

“Ah no?”ho detto,”E che altro sarebbe secondo te?”

“Io non lo posso sapere”, ha risposto con gentilezza,” Ma forse lei lo sa”

Avrei dovuto aspettarmi una battuta del genere.

A Mirella piace molto stupire con i suoi paradossi. Solo che non  sempre mi va di compiacerla, quindi l’ho ascoltata con aria indifferente e ho ribattuto in tono apatico:

“Mi pare difficile che lei sappia qualcosa, visto che è solo una mia proiezione. Non ha neanche la realtà opinabile di   un’entità soprannaturale o di un’apparizione mistica. Non è reale in nessun modo, è una mia creatura”

“Ma una  volta che l’hai creata,”ha replicato Mirella, “la tua creatura diventa reale. Bisogna forse semplicemente intendersi  sul significato del termine reale.”

Ecco. Per settimane ha tentato di convincermi che si trattava di prendere coscienza, sognando, che il sogno era soltanto un sogno, e ora mi diceva che un sogno è una cosa reale.

Trovare argomenti inoppugnabili a sostegno di tesi totalmente divergenti le piace,  evidentemente  le permette di sperimentare il suo potere di persuasione.

“Cosa fai per accertarti  che una cosa non sia reale?” mi ha domandato dopo un momento.

“Ma non lo so…” ho detto di malavoglia. Poi, siccome continuava a fissarmi aspettando una risposta, l’ho buttata lì:

“Provo a toccarla. Se non riesco a toccarla vuol dire che non è reale”

Sapevo  benissimo che l’argomento era debole, ma bisogna anche dire che  non mi ero troppo impegnata, stavo soprattutto  pensando a quanto il suo modo di mettere il suo interlocutore alle strette  mi esasperava,  e non mi è venuto in mente altro.

Quindi Mirella ha avuto buon gioco a controbattere:

“Ci sono molte cose reali che non possiamo toccare”

Ci ha pensato un attimo rimestando il suo cioccolato caldo,  poi ha aggiunto:

“E comunque  come fai a sapere che non la puoi toccare se non ci hai mai provato?”

Cominciava davvero a darmi sui nervi.

“Non ho bisogno di provare a volare per sapere che non posso farlo”, ho risposto, con una certa irritazione.

“Questo è proprio il punto, ”ha detto lei, “non  puoi farlo nello stato di veglia, ma puoi farlo in un sogno. Non hai mai sognato di volare?”

“Certo. Ma non perché lo avevo deciso io”

“Hai mai provato a decidere di sognare di volare?”mi ha chiesto.

“No” ho risposto in tono beffardo “Tu invece sì?”

“Io lo faccio continuamente”ha detto, cercando di apparire enigmatica.

Sono tornata a casa zuppa fino al midollo, probabilmente avevo anche un po’ di febbre.

La Bestia ne ha approfittato per inasprire la sua condotta, la notte mi ha quasi sbranata. Non è mai stata così terrificante.

Di Luca potrei dire più o meno la stessa cosa.

Ha urlato che se non prendo le gocce, domani se ne va in albergo.

Ieri sera ero a  casa di Mirella. Stavamo acciambellate sul divano a chiacchierare del più e del meno, in apparenza  una situazione del tutto normale. Solo che non c’era fra noi l’abituale spontaneità.

Avevo  l’impressione che Mirella facesse di tutto per indurmi a parlare della Bestia. A ogni passo, dietro ogni angolo, me la trovavo davanti e bisognava cambiare strada. Era una cosa abbastanza faticosa.

Quando, verso le otto,   è arrivato Sandro, vai a sapere  perché, sono scattata  in piedi come una scolaretta.

Naturalmente me ne sono subito vergognata, e mi sono riseduta, addirittura arrossendo, o così mi è sembrato:  sensazione  di fuoco alle guance, impaccio, occhi che bruciavano, voglia di scomparire.

Ho perfino cominciato a sudare copiosamente, ma questo forse perché la casa di Mirella è sempre troppo riscaldata.

C’è   stato qualche momento di ingiustificabile silenzio, poi  Mirella si è alzata a sua volta dicendo che doveva andare a controllare non so cosa nel forno.

Sandro e io siamo rimasti soli.

“Come va con la Bestia?”mi ha chiesto  di punto in bianco.

Certo non avevo previsto  che   una domanda del genere potesse venirmi da lui. Sono rimasta  senza fiato, per cui non ho risposto.

Ho cominciato invece a riflettere per cercare  di indovinare quale potesse essere la sua fonte, se Mirella oppure Luca.

Ero ancora indaffarata con le mie illazioni,  quando Sandro  ha detto, a voce molto più bassa:

“È capitato anche a me”

“Che cosa?” ho domandato, tanto per prendere tempo.

“La Bestia”, ha risposto  con lo stesso confidenziale  tono di voce”Ossia, non proprio la Bestia, ma qualcosa di abbastanza simile. Nel mio caso era un drago volante, azzurro e verde, con il corpo ricoperto di scaglie”

È rimasto lì  per un po’ con lo sguardo nel vuoto, probabilmente a contemplarlo, poi , dopo una breve risatina senza suono ha aggiunto:

“Le nostre iconografie sono  diverse, ma  il senso dev’essere più o meno lo stesso”

“E cioè?” ho chiesto, quasi senza volerlo.

“Desideri” ha detto lui con un sorriso vagamente insinuante “Desideri che non vogliamo confessare a noi stessi. Desideri che diventano mostri”

Francamente mi è sembrata una tesi piuttosto banale, da Sandro mi sarei aspettata qualcosa di più interessante.

“Sto andando da un analista” ho replicato  un po’ incongruamente ”ma non vedo grandi risultati”

Pronunciavo le mie frasi a voce alta, per sfuggire a un certo clima di connivenza che si stava piano piano  creando.

“Credo  che ti servirà a poco parlare con un analista”ha osservato lui.

“Ah sì?”, ho detto ridacchiando. Avevo la sensazione di non riuscire  ad accordare completamente la mia espressione all’intonazione ironica della mia voce.

“E con chi dovrei parlare secondo te?”ho chiesto.

Mi ha  guardata dritto negli occhi, in modo piuttosto indecifrabile.

Mi  è sembrato che nel suo sguardo ci fosse  un certo fastidioso compiacimento.

“Penso  che dovresti parlare con la Bestia” ha detto infine.

Non avevo nessuna voglia di dargli soddisfazione esprimendo stupore o curiosità, quindi mi sono presa un tempo prima di commentare:

“Mi pare un’idea eccellente”

Il breve silenzio che è seguito rischiava di caricarsi  di significati imponderabili. L’ho rotto non appena possibile dicendo, con un’ apprezzabile sfumatura di sarcasmo:

”Tu naturalmente avrai  parlato con il tuo drago”

“Certo”, ha confermato Sandro.

“Ah” ho fatto io. E nient’altro.

“Gli ho chiesto chi era,” ha precisato un attimo dopo. Poi ha aggiunto in tono penetrante:

“E il drago mi ha risposto”

Io continuavo a stare zitta e guardavo  la porta della cucina, verso la  quale Sandro – non ho potuto fare a meno di notarlo –   non aveva  mai gettato nemmeno un’occhiata.

Stava cercando di intercettare i miei occhi,  era  evidentemente impaziente di sentirmi formulare l’ovvia domanda che lo avrebbe autorizzato a rivelarmi l’identità del mostro verde azzurro.

Io  invece ho detto, senza riuscire a controllare una certa precipitazione:

“E così il drago ti ha fatto prendere coscienza dei tuoi desideri inconfessabili, tu sei finalmente riuscito a realizzarli, e allora lui è scomparso, e vissero tutti felici e contenti”

“Più o meno” mi ha risposto tranquillamente. Poi ha proseguito, fissandomi con un’  intensità che mi è parsa abbastanza sproporzionata:

“Ho realizzato il mio desiderio nel solo modo nel quale potevo permettere a me stesso di  realizzarlo.  Anzi, lo realizzo quasi ogni notte”

Qui siamo stati interrotti dall’arrivo di Mirella che ha dato a Sandro notizie confortanti sulla cena.

Li ho salutati in fretta e sono tornata a casa a piedi.

Quelle due ore di caldo sahariano mi avevano completamente intorpidita.

Verso le undici ero  già distesa  nel letto con gli occhi chiusi, quando  Luca è entrato nella stanza.

Senza vederlo sentivo su di me il suo sguardo ombroso.

Mi ha afferrata  per un braccio, scuotendomi addirittura.

“Hai preso la medicina?”ha chiesto in tono aspro.

Di malavoglia ho fatto cadere qualche goccia nel mio bicchiere d’acqua, ho mandato  giù,  e poi mi sono   raggomitolata in un angolo, voltando le spalle a Luca.

“Vediamo se stanotte riusciamo a tenere lontana la Bestia” ha detto lui minacciosamente prima di spegnere la luce.

Mi sono addormentata  quasi subito, poi ho   attraversato a guado un’acqua fangosa e  torbida, i miei piedi toccavano il fondo scivoloso, qualcosa di viscido mi sfiorava continuamente  le gambe, lunghi tentacoli molli si attorcigliavano intorno alle mie caviglie.

È andata  avanti così tutta la notte, sette ore di sonno ininterrotto.

Senza la Bestia.

Mi sono  svegliata di cattivo umore, il cielo era basso, deprimente, di un grigio metallico, freddo e compatto.

Sono passati quasi tre mesi, da metà novembre all’inizio di febbraio.

Non proverò neanche a raccontarli.

A meno che non si voglia un resoconto delle feste natalizie, di un viaggio lungo il Douro e di altri avvenimenti riguardo ai  quali  Luca e io avremmo probabilmente punti di vista simili e narrazioni complementari.

Ma sarebbe tempo perso, perché quello  che a noi interessa è la Bestia.

Una notte finalmente ci ho parlato.

Una notte in cui la Bestia era particolarmente spaventosa.

Nel buio della stanza,  le sue strette iridi gialle e crudeli scintillavano, mobili come fiamme.

Veniva  verso di me, ansando, sfolgorando, e già mi sovrastava con la sua mole immensa.

L’ho fissata negli occhi e ho detto piano:

“Chi sei?”

Ho visto le sue pupille dilatarsi:

“Tu chi vuoi che io sia?”, mi ha risposto in un tenebroso sussurro.

Mi  sono seduta  sul bordo del letto e ho continuato a guardarla.

Le sorridevo, con meravigliosa calma.

La perfetta geometria della sua testa regale ha cominciato a scomporsi, generando frammenti vellutati che cadevano a terra lentamente, come fiocchi neve.

“C’è qualcosa che non mi dite”

Luca è fermo al centro della stanza, sta infilandosi la giacca del pigiama.

“Chi è che non ti dice qualcosa?” chiedo.

È una domanda  ipocrita,  so benissimo a chi sta pensando.

“Tu Mirella e Sandro”, mi risponde controvoglia,  in tono imbronciato.

Il suo  sguardo pungente mi braccheggia, mentre mi preparo per andare a letto; è abbastanza difficile  definirne l’ espressione, vi si mescolano intenzioni e stati d’animo molto diversi e contraddittori,   sfida, sospetto, implorazione, paura.

“C’è una cosa che prima non c’era…”, insiste cupamente, senza perdermi d’occhio,“una complicità che non mi piace, che mi esclude…”

“Dovresti  imparare a giocare a Burraco”, rispondo.

Da un po’ di tempo mi concedo battutine sciocche  come questa.

Non ne vado particolarmente fiera, ma non riesco a farne a meno.

“Non fare la spiritosa” dice Luca, stendendosi sopra le coperte e incrociando le mani dietro la testa.

Fissa il soffitto con un’aria indispettita e ostinata che lo fa sembrare un bambino.

“Scusa”, dico piano, accoccolandomi vicino a lui.

Si è comportato così tutta la sera, finendo per creare un’atmosfera strana, e anche imbarazzante. Sandro a un certo punto era davvero in difficoltà.

Eppure, senza nemmeno esserci messi d’accordo, per  istinto, lui e io avevamo evitato accuratamente di parlare fra di noi e perfino di guardarci, se non per caso. Sono sicura che i nostri occhi non si sono incontrati più di tre o quattro volte durante la cena e la partita a carte.

Ciò nonostante Luca continuava a controllarci, era palese, in maniera quasi sfacciata.

Sandro gli parlava fitto fitto di questioni di lavoro, credo, ma Luca lo ascoltava appena, e gli rivolgeva la sua attenzione solo quando Sandro era intento a fare altro, o si trovava in una zona diversa del salone.

Allora lo squadrava adagio, da capo a piedi.

Più volte mi sono accorta che osservava insistentemente le sue mani, le sue  spalle, i suoi  capelli. Sempre con  la  stessa smorfia contratta e  rabbiosa.

A un certo punto Sandro si è seduto vicino a Mirella sul divano e le ha dato un bacio sul collo. Sandro e Mirella sono sempre piuttosto espansivi, ma in quel caso sono quasi certa che si è trattato di una mossa strategica che, nelle intenzioni di Sandro, avrebbe dovuto avere un effetto rassicurante.

Luca invece li  ha osservati per un attimo con un’aria di assoluto disgusto e poi ha girato lo sguardo su di me. Non appena gli ho sorriso, è letteralmente fuggito sul balcone a fumare una sigaretta, nel gelo.

Più tardi, mentre chiacchieravo con Mirella,  l’ho sorpreso a cercare di ascoltare la nostra conversazione,  e quando anche lei si è voltata cogliendolo sul fatto, l’ha fissata a lungo in modo provocatorio, se non addirittura minaccioso.

“Hai ricominciato ad abbracciarlo”, mi fa ora,  continuando a guardare il soffitto.

“Quando?”

Questa volta sono sincera, davvero non me ne ricordo.

“Quando vi salutate. Ultimamente gli tendevi la mano”

“Casomai è questo che avrebbe dovuto inquietarti”,dico.

Mi sono lasciata sfuggire una risposta che lo mette in allarme.

“C’è qualcosa che dovrebbe inquietarmi?” mi chiede con asprezza,  voltandosi verso di me.

“Che stupido”,gli sussurro dolcemente.

“Dammi un bacio”, mi ordina.

“Non così”, si stizzisce “un bacio vero”

Ci baciamo a lungo.

“Non mi tradisci? Lo giuri?”,mi domanda piano, cautamente.

“Lo farei volentieri”, ribatto con civetteria, “ma non me ne lasci né il tempo né lo spazio”

“Rispondimi”

“Vuoi sapere se, entro la dimensione del tangibile e dell’effettivo, io vado a letto con un altro?”

Negli ultimi tempi ci  ho preso gusto a scherzare con il fuoco.  Aggiungo a voce bassa, parlandogli all’orecchio:

“Magari con Sandro?”

È stato uno sbaglio, dovrei sapere che Luca non è ancora pronto. Mi respinge con forza, quasi con violenza.

“Smettila  con i giochi di parole! “ sibila  rabbiosamente “ E non pronunciare il suo nome qui! Mi dà il voltastomaco!”

Poi mi guarda di nuovo negli occhi.

“Ti  ho  fatto una domanda”, dice con durezza.

“No, non ti tradisco”, rispondo.

“Sicura?”

“Sicura”, ribadisco fermamente.

Restiamo per un po’ in silenzio, tenendoci per mano, come due ragazzini.

“Però lui ha un debole per te. Questo lo so per certo”, riprende dopo un momento.

Non provo neanche a protestare, sto scivolando dolcemente  nel sonno. Nel dormiveglia sento Luca elucubrare, riepilogare, calcolare.

Posso  seguire agevolmente   il vagare dei suoi pensieri,  li vedo andare di qua, di là, girare , incespicare, smarrirsi.

“Quello  che non capisco”, prosegue dopo un’altra breve pausa gravata da torbide supposizioni, “è l’atteggiamento di Mirella. Potrei giurare che ne è consapevole quanto me, ma sembra indifferente. Anzi, sembra contenta”

Si tira su, sposta il cuscino, si stende su un fianco, poi sull’altro.

“Dammi le tue gocce”,mi dice.

Con un gesto ormai quasi incosciente sollevo il mio braccio senza più peso fino al comodino e afferro mollemente il flacone. Sento le dita di Luca che lo cercano nella mia mano.

“Ci sei anche tu”, farfuglio, “che bello…”

“Che hai detto?”,mi chiede inquieto.

Torno su senza sforzo, lievemente, come se  emergessi dalle profondità del mare.

Solo un istante.

Luca è  lì, sulla terraferma, penosamente aggrappato alla sterile oscurità della nostra stanza.

“Buonanotte”,gli dico con tenerezza

E mentre mi abbandono di nuovo al sonno, guizzano intorno a me parole simili a questa nella loro forma, ma di diversa e magica sostanza:

“Buonanotte Sandro”

“Buonanotte a te”

“Fai bei sogni”

“Anche tu, Mirella”

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