Presentazione Fondo Giorgio Caproni

di Paolo Fallai

18 giugno 2019

Con l’incontro di oggi dedicato al poeta Giorgio Caproni, si conclude il programma di una sezione importante del Festival Letterature del 2019 che abbiamo dedicato ai fondi storici presenti nel patrimonio delle Biblioteche di Roma, e che abbiamo intitolato “I nostri tesori”.
Sono stati incontri densi e importanti, di cui ringrazio Stefano Gambari e tutti i bibliotecari che come sempre si sono impegnati, con interventi di grande prestigio sui nostri gioielli: occasioni straordinarie per condividerli, offrire la nostra cura per custodirli il meglio possibile, riflettere sul loro significato. Perché i libri di Enzo Siciliano illuminano la nostra Casa delle Letterature, gli appunti e le testimonianze di Don Roberto Sardelli rendono omaggio alla memoria del suo impegno alla Biblioteca Raffaello; la Biblioteca Tortora custodisce la collezione completa del Corriere dei Piccoli, una rarità assoluta con le pagine che hanno ospitato il meglio della letteratura, dell’informazione e del giornalismo dedicato all’infanzia. E alla Biblioteca Mameli, con una preziosa selezione dei suoi libri sul femminismo, tentiamo di tenere nel cuore il dolore per la morte recente e prematura di una intelligenza vivissima com’era quella di Bia Sarasini.
Qui alla biblioteca Marconi, tra gli altri fondi, teniamo viva la straordinaria vicenda letteraria di un poeta come Giorgio Caproni.
Non voglio sovrapporre il mio intervento a quelli prestigiosi previsti, quindi vi parlerò del mio rapporto col Maestro poeta. A cominciare dalle sue parole:
«Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia, finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni. Altro che articoli! Questi, sì, sono la mia dannazione!”. È in una lettera del 29 marzo 1961, scritta da Giorgio Caproni all’ amico Betocchi, lo spirito del «Maestro senza metodo». Perché proprio tra i banchi di scuola il poeta Giorgio Caproni, lo scrittore, il giornalista, il traduttore di Proust, Celine, Maupassant e Baudelaire, ha trovato un àncora quotidiana mai abbandonata.
Livornese di nascita, genovese per un amore lontano mai tradito, ma romano di adozione, Caproni arrivò nella Capitale nel 1938 accompagnato dalla moglie Rina. E qui, a più riprese ha insegnato, in due scuole: la «Giovanni Pascoli», di via dei Papareschi a Trastevere e la «Francesco Crispi» di Monteverde.
Nel mio ricordo la sua morte, nel gennaio 1990, è legata alla vergogna di un funerale celebrato nella parrocchia di via di Donna Olimpia nella desolante assenza di un rappresentante del Comune o del governo. La città tornerà venti anni dopo a rendere omaggio alla sua schiva e limpida intelligenza, nel 2010. Con una iniziativa che partiva proprio dalle due scuole dove aveva insegnato e che sarebbe culminata nella Sala Pietro da Cortona in Campidoglio con la proiezione di un video realizzato nella scuola Pascoli dalla regista Silvana Maja.

«L’ idea di rileggere Giorgio Caproni è partita dalla scuola Pascoli dopo una ricerca storica all’ interno dell’archivio didattico – spiegò la professoressa Pamela Di Lodovico, della Pascoli -. Qui abbiamo scovato alcuni documenti che ci è sembrato doveroso rendere pubblici, muovendo proprio dai registri e dalle note didattiche in essi contenute. In queste annotazioni scoviamo problemi burocratici, ritardi, perplessità o soddisfazioni sullo stato dell’ apprendimento della classe, sempre e comunque venate da un’ umanità profondissima, da uno sguardo pacatamente lucido». Materiale prezioso, che raccoglie le annotazioni sui registri di classe e che confluirà nel volume «Caproni: feci il maestro per caso», di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, pubblicato dalle edizioni «Il Melangolo».

E allora seguiamolo il maestro Giorgio Caproni, alle prese con l’abbandono scolastico del dopoguerra mentre annota: «Accordatomi con il Sig. Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora con soddisfazione posso notare che le frequenze sono tornate alla normalità. (Registro della classe IV, 1946/47)». O quando cerca un senso al suo impegno pedagogico: «Devo portare i ragazzi al linguaggio, alla lingua. E tutto è lingua: la geografia, la storia, l’aritmetica, il disegno. Lingua ossia espressione (Registro della classe IV,1968/69)».

Sfogliando questi registri si scoprono spunti didattici significativi, lontani dai fogli di carta della poesia ufficiale, ma presenti come uno sprone alla possibilità di creare un legame con gli altri attraverso la parola scritta.

Sono molti gli ex allievi che lo ricordano con affetto: Massimiliano Fuksas che finì nella sua classe, Vincenzo Cerami, Antonio Debenedetti cui lo affidò il padre Giacomo e al quale lo lega un famoso aneddoto: «Come si fa a capire se un libro è bello?» chiese al poeta il piccolo Antonio. Giorgio Caproni ci pensò un momento e poi gli rispose: «Apri il libro, prendi la prima parola, poi prendi l’ ultima. Se stanno bene insieme il libro è bello». Provate: spesso funziona.
Ma in tanti, oltre ai noti, a Trastevere e Monteverde lo videro cittadino austero e riservato, mai del tutto convinto di questa Roma, dove aveva scelto di vivere, ma che in fondo non gli è mai piaciuta veramente. Magari qualcuno che avrà giocato con quel trenino perfettamente funzionante che Giorgio Caproni metteva a disposizione della sua classe. E il sabato mattina rappresentava, quel trenino, la lezione. Una dimostrazione del metodo, anzi dell’ antimetodo, Caproni? Un mattino, volendo interessare la classe a Napoleone, Caproni ha un’ idea. Dice, recitando, di non ricordare più chi sia Bonaparte. Si lamenta, teme di venir licenziato per questa sua dimenticanza. «Se invece avessi una classe di buoni bambini questi saprebbero già tutto e mi risparmierebbero la brutta figura di spiegare quel che non so». Risultato? Il giorno dopo l’ intera classe, per aiutare il suo buon maestro, giunge a scuola sapendo tutto di Napoleone. E’ Vincenzo Cerami a raccontarlo.
Ed è sempre lui a ricordare che chi terminava per primo un problema o una composizione d’italiano, veniva mandato a comperare un quotidiano e i canestrelli. Con essi infatti venivano premiati il primo e l’ultimo degli scolari, quasi a sottolineare che ai suoi occhi avevano lo stesso merito.

E lui nei registri nasconde a mala pena la soddisfazione: «È che a furia di far parlare questi marmocchi (facendo finta di “non insegnare”) sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee. (Registro della classe IV,1952/53)».

In quel quartiere di «vecchioni» come gli piaceva ironizzare col vicino di casa Attilio Bertolucci, in quella via Pio Foà dove le BR installarono la tipografia dei comunicati durante il sequestro di Aldo Moro. A poca distanza dalle case abitate da Pasolini e Gadda. Per i commercianti di Donna Olimpia, che il giorno del funerale scelsero di abbassare le saracinesche, non era il poeta, era il maestro. Uno dei tanti che l’ Italia si è regalata concedendosi il lusso di dimenticarli: Don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, Alberto Manzi, Leonardo Sciascia, Mario Lodi.
Ma Giorgio Caproni doveva saperlo, quando si ostinava ad avviare quel trenino, in classe, il sabato mattina. Il maestro che faceva studiare le poesie a memoria, ma ai suoi alunni non disse mai di essere lui stesso un poeta.

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