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Vitto in the box  Testo in lingua originale 
.Paolo Giordano
I
(Vittorio)


Prima dell'operazione al ginocchio, mio padre viaggiava spesso per lavoro. Non stava via per periodi lunghi, ma partiva e tornava di continuo. Si muoveva da una parte all'altra del Nord-Ovest d'Italia: la sua zona, come la chiamava lui, prendeva il Piemonte e la Liguria e anche un pezzo della provincia di Pavia. Andava via al mattino sulla Croma bianca dell'azienda per mostrare a tutti le meraviglie di un aspirapolvere di marca tedesca e, se la notte dormiva fuori, io potevo stare nel lettone con mia madre e Gabriele. Era orgoglioso del suo lavoro di rappresentante e non perdeva occasione di ribadire che non si trattava di andare a suonare i campanelli a casaccio, come i Testimoni di Geova o quelli che portano i volantini del Crai. Lui si presentava solo su appuntamento, con il distintivo verde-bianco della ditta pinzato alla giacca, ed elegante, sempre, come se le pulizie di casa uno le facesse in gessato. «Sono i clienti a cercarmi, non io a cercare loro» puntualizzava fiero. «Perché questo non è un aspirapolvere. Questo è il top degli aspirapolvere».
Quando aveva voglia, che non era troppo stanco, inscenava delle piccole dimostrazioni solo per me. Dalla grossa valigia scura che si portava dietro nei viaggi estraeva i pezzi dell'aspirapolvere e li disponeva allineati sul tappeto. Allacciava il tubo di plastica zigrinata al corpo principale e all'altro capo montava le diverse spazzole, una per volta, spiegandomi a cosa servivano. La combi, la girasole, la battitappeto, la rotante. Ce n'era una per ogni superficie o fessura, e osservare quell'impeccabile efficienza mi lasciava ogni volta senza fiato. Immaginavo mio padre in appartamenti diversi dal nostro, che spiegava le stesse cose e si rivolgeva con il Lei ai clienti, così come faceva per scherzo con me.
Nei periodi in cui papà era a casa, mia madre usava l'aspirapolvere come se fosse stato suo, ma sempre con la spazzola combi: le altre, secondo lei, erano solo un modo per complicarsi la vita. La valigia restava vuota in soggiorno, sdraiata di piatto a fianco del divano, perché in camera da letto era d'impiccio e nell'armadio mia madre non ce la voleva: diceva che quella valigia aveva strisciato dappertutto e non era igienico tenerla insieme ai vestiti puliti.
Una sera, verso le sette, mi ci nascosi dentro.
Non lo feci per punire mia madre, anche se nel pomeriggio mi aveva impedito di aiutarla a preparare la cena per gli ospiti, perché – così aveva detto – era già in ritardo sulla tabella di marcia. Gliel'avevo chiesto per tre volte e lei mi aveva risposto di no altrettante, sempre più scocciata. Quel pomeriggio Gabriele non aveva smesso di strillare un secondo e mamma faceva avanti e indietro tra la sua culla in camera da letto e la cucina. L'aveva allattato e io ero rimasto lì a guardare. Vedere mia madre che dava il latte a Gabriele mi faceva restare in silenzio, come al cinema davanti a un film che fa piangere. Non ero geloso, piuttosto avvertivo che quel gesto riguardava anche me, o almeno che era stato così fino a qualche tempo prima. Me ne stavo lì a fissare Gabriele che succhiava il capezzolo, inebetito e con gli occhi ciechi, e mi sembrava di viaggiare indietro nel tempo.
Non lo feci neppure perché da lì a poco avrei dovuto cenare, prima che arrivassero gli ospiti e, spiando nelle pentole, avevo visto che mi aspettavano gli spinaci saltati con il parmigiano e a me gli spinaci fanno senso più di qualunque altra verdura. Li sento strisciare lungo la gola come lumaconi viscidi e fermarsi a un certo punto e da lì non andare più né su né giù. E neanche lo feci perché tra gli ospiti sarebbero arrivati Ippolito e Michele, i figli dei Rinaudo che, anche se erano più piccoli di me di un anno, erano in due, e trovavano sempre qualche modo per torturarmi, quando i grandi ci chiudevano a giocare nella mia stanza. Una volta avevano srotolato il nastro della mia videocassetta del Mago di Oz e l'avevano usato per immobilizzarmi mani e piedi. Poi si erano divertiti a punzecchiarmi dappertutto, anche nel sedere, con i bastoncini dello Shangai. Li odiavo, ma non fu per loro che aprii i due gancetti d'ottone della valigia e ci entrai dentro.
Fu soprattutto perché mi stavo annoiando a morte.
Estrassi le spazzole e gli altri accessori, ognuno sistemato nella sua asola. Mi sforzai di memorizzarne la giusta collocazione per poterli poi rimettere a posto. Portai tutto quanto in camera mia e lo nascosi, un po' sotto la biancheria e un po' tra le magliette. Dalla cucina proveniva il sibilo dei fornelli accesi, mentre l'interfono collegato alla culla di Gabriele taceva, perché dopo l'ultima poppata si era finalmente addormentato. Entrai in piedi nella valigia e mi ci accovacciai dentro. Non fu per nulla difficile trovare una posizione: mi rannicchiai su un fianco, con le ginocchia contro il petto. Pensai che, se qualcuno mi avesse fotografato messo com'ero, sarei stato uguale a Gabriele nelle immagini delle ecografie. Solo in una pancia più grande, e rettangolare. Volevo che mia madre mi vedesse così, che mi cercasse, per farle uno scherzo e per farla ridere. L'imbottitura interna a rombi blu era comoda, potevo restare lì finché non mi avesse trovato. Tirai giù il coperchio e scoprii con una certa delusione che non potevo chiudere la valigia dall'interno, ma l'effetto da fuori sarebbe stato uguale: nient'altro che una valigia.
Presto mi accorsi che mancava qualcosa. A quel tempo, la sera, mi addormentavo ancora con il cappello di lana, uno a strisce rosse e bianche che si legava con due lacci sotto il mento. Me lo aveva comprato mio padre per tenermi indietro le orecchie, che da piccolo avevo un po' a sventola. A letto lo indossavo sempre, inverno o estate che fosse. Questo, prima che mia madre lo facesse sparire, quando la parrucchiera le disse che, a non lasciarli respirare troppo tempo, i capelli cadono. Prima che, in cambio dei capelli, scoprissi il significato della parola “insonnia”.
Sollevai il coperchio per sbirciare fuori. Tutto uguale a prima. Mia madre era ancora in cucina. Sgusciai dalla valigia e corsi in camera. Sfilai il cappello da sotto il cuscino e me lo ficcai in testa. Mi venne in mente che mi sarei annoiato là dentro, senza nulla da fare, così entrai in camera dei miei. Gabriele taceva. Dal cassetto del comodino di mio padre rubai il walk-man. Dentro c'era già una cassetta. Tornai in salotto e mi richiusi nella valigia. Feci passare gli auricolari sotto il cappello e schiacciai play. Girai la rotella del volume fino al massimo. Mi piaceva ascoltare di nascosto la musica rock di mio padre. In camera sua è ancora appesa una foto in cui ha i capelli lunghi e suona la chitarra elettrica con la bocca. Risale ai tempi in cui era un randagio, come dice lui. Ora il rock può ascoltarlo solo in cuffia, perché mia madre lo detesta.
Dentro la valigia era buio pesto, ma io non avevo paura. Quel buio era così stretto che potevo starci solo io. Pensai che ci sono un'infinità di luoghi bui, dappertutto, come le grotte e i frigoriferi chiusi e i tombini e le pance delle mamme e le valigie vuote: luoghi senza stelle, in cui restare nascosti e al sicuro anche quando è giorno. Chiusi gli occhi, perché tanto non faceva alcuna differenza.



II
(Lea)


M'inganna sempre. E io mi lascio ingannare. Basterebbe che chiudessi la finestra della cucina oppure che accendessi la radio, a volume basso però, perché devo sentire dall'interfono se Gabriele piange un'altra volta. Invece lascio la finestra spalancata e spengo la radio un po' prima delle sette, quando comincia “Onda Verde”. Mi fingo indaffarata ma ho l'orecchio teso verso il rumore dell'automobile che sta scendendo per la rampa, quattro piani più in basso. Le ruote passano sopra la griglia di metallo, facendola vibrare. Immagino che sia lui. Aspetto che suoni il campanello, mentre batto con il cucchiaio di legno sul bordo della padella, per dare un ritmo al vuoto, all'ennesima attesa. E alla fine niente. Non arriva ancora.
Apro a caso le ante dei pensili, per scuotermi un po', ma non mi serve nulla. Guardo il pollo al curry e d'un tratto mi sembra troppo perfetto: i pezzi sono tagliati in dimensioni esattamente uguali, la crema che li ricopre è proprio della consistenza e del colore che uno si aspetterebbe, la carne non si è attaccata al fondo della pentola e neanche un po' sui lati. Penso che potrebbero accorgersene, magari Silvana, che in casa fa anche il pane, con quelle sue mani screpolate e abilissime. Oppure Giancarlo: forse riconoscerà il gusto nauseante del glutammato, lo stesso degli spinaci di contorno, e mi domanderà: «Ma cosa ci hai messo dentro? Qui ha tutto lo stesso sapore».
Con il cucchiaio sfascio alcuni pezzi di pollo. Aggiungo dello zenzero e del lauro tritato. E sale, in abbondanza: i cibi surgelati sono già troppo saporiti, ma io ne metto ancora. Voglio produrre dei difetti, stravolgere l'equilibrio di queste prelibatezze confezionate, renderle inesatte, vere. Crearmi un alibi di imperfezione. Appoggiando il pollo sulla tavola, dirò qualcosa come: «Mi dispiace, temo di aver esagerato con il sale. Se è immangiabile lasciatelo pure lì». Giancarlo mi rivolgerà un sorriso di rimprovero e di complicità, forse. Silvana e Mario si sentiranno in dovere di rassicurarmi. «È squisito» diranno. Già, squisito. È squisito perché non l'ho fatto io. È squisito perché è pieno di polifosfati e di anti-agglomeranti e di grassi aggiunti. Dovrei rispondere così. Invece arrossirò e basta.
Per un istante mi sfiora il dubbio che l'eczema sulla faccia di Gabriele sia dovuto a questa robaccia che continuo a mangiare, da quando non sono nemmeno più in grado di tagliare in quattro un pomodoro, senza pensare che sto sbagliando qualcosa. Ma poi mi dico di no, che è normale: tutti i neonati hanno degli sfoghi sulla pelle.
C'è un silenzio strano. Vittorio deve essersi stufato di giocare con quella snervante Palla Pazza. Si sarà messo a fare le costruzioni, o a colorare con i pastelli a cera. Dovrei andare di là a controllarlo. Sedermi un momento con lui sul tappeto e domandargli cosa sta disegnando di bello, ma non ne ho voglia. Quando cerca di spiegare i suoi disegni diventa noioso. Mi ripete «Lo vedi? Lo vedi?», ogni tre parole, e io devo mentire e dirgli di sì, che lo vedo: vedo il cane o il cavallo o la casa o una donna che non mi assomiglia ma sono io, in piedi, che saluto qualcuno dalla finestra. Forse Giancarlo, che rientra da un'altra maledetta trasferta.
Prima Vittorio l'ho strattonato un po'. Insisteva per aiutarmi con la cena, ma io non lo volevo tra i piedi e non potevo dirgli che non c'era nulla in cui aiutarmi, perché sua madre doveva solo aprire due buste e rovesciarle in una pentola. E aspettare. Aspettare che i cubetti di pollo ghiacciato fondessero e diventassero vero pollo. Aspettare che Gabriele si svegliasse un'altra volta e strillasse la sua pretesa. Aspettare papà, che non ha ancora alzato il culo da quel maledetto bar, e poi gli ospiti, che sarebbero arrivati troppo presto e andati via troppo tardi. Aspettare.
Mi siedo sullo sgabello. La pancia non si è ancora appiattita dopo il parto. È troppa anche se la tiro in dentro e da seduta si vede ancora di più. Non c'è vero grasso, soltanto pelle sfibrata che si arrotola su pelle moscia. Dovrei provare quegli esercizi per gli addominali. Ho il libretto sul comodino, aperto alla pagina giusta. Per Vittorio li avevo fatti: allora sembrava avere un senso rimettersi in forma. Quando mi sono lamentata con Giancarlo, lui ha detto: «L'hai voluto tu il secondo», come se della pancia non gli importasse un granché, come se la mia pancia fosse davvero solo mia. E anche Gabriele.
Le sette e un quarto. Dovrebbe già essere qui. Almeno quando abbiamo ospiti, accidenti! Mi avvicino con l'orecchio all'interfono, ma non si sente nulla. Gabri dorme ancora. Quando non frigna perché ha fame, il suo è un mondo silenzioso, ovattato. Diffonde la calma tutto intorno, e a me fa impazzire, di gioia e di solitudine. Devi andargli molto vicino per distinguere i suoi minuscoli rumori: il respiro affannato, interrotto da brevi rantoli spaventati, lo strofinio dei piedini contro la tuta che gli va ancora troppo grande, il cigolio delle labbra quando si attacca alla tetta per succhiarmi il latte e le energie.
Un'altra macchina percorre la rampa. Forse è arrivato. Mi alzo e do un'occhiata alla sala da pranzo. La tavola è a posto. Apro la pattumiera e tolgo il sacchetto. Le buste vuote dei surgelati sono nascoste sotto i pannolini di Gabriele. Per sicurezza le ho anche rivoltate dalla parte alluminata, ma comunque controllo che non si vedano in trasparenza. Metto l'immondizia sul balcone e prendo un sacco nuovo.
Poi suonano il campanello, quello del portoncino di sotto. È lui, è tornato, e io mi sento salva anche oggi, arrivata al fondo dell'assenza. Sopravvissuta alla mancanza di parole.
«Vitto, c'è papà. Vai ad aprire» grido.
Vittorio non risponde.
«Vitto, mi hai sentita?» urlo più forte.
Aspetto qualche secondo. Lo chiamo una terza volta, ma tutto tace. Esco dalla cucina e vado a vedere nella sua camera. Non c'è. Lo cerco nella nostra e in bagno.
«Vitto, dove sei?».
Torno in camera sua e poi in salotto e in cucina. Suonano il campanello un'altra volta.
Sollevo la cornetta del citofono e, senza salutare Giancarlo, gli domando: «Vittorio è lì?».
Come se avesse senso. «Cosa?» fa lui. «Apri, sono io».
Schiaccio i due pulsanti – la chiave e lo zero – e poi torno a vagare da una stanza all'altra. Vittorio è sparito. Vado sul balcone. Non ha senso, non ha il permesso di andarci da solo. Fuori c'è un vento freddo. Mi avvicino alla ringhiera e ho paura a sporgermi, ma poi lo faccio e Vittorio non c'è, grazie a Dio non c'è.
Giancarlo suona il campanello di casa. Fa un suono diverso da quello di sotto. Questo produce una melodia di due note diverse: dlin dlon. Mi precipito ad aprire, è Giancarlo – finalmente – e io gli dico: «Vittorio è sparito».



III
(Giancarlo)


Il giorno che Vittorio ci fece quello scherzo, io fui licenziato dalla Karl Meyer Elettrodomestici. Mio figlio svuotò la mia valigia del lavoro e ci si nascose dentro, come se sapesse che non mi sarebbe più servita. Come se avesse fiutato da lontano il mio alito, che puzzava di alcolici vecchi e di fallimento, mentre mi avvicinavo a casa. In qualche modo misterioso, Vittorio capì che, proprio quella sera, io avevo bisogno di tempo e non mi andava di parlare, di restare intrappolato in una cena insieme a mia moglie stanca e ad amici che non mi facevano ridere, con qualcosa di cambiato nella testa e tutto quanto fuori ancora uguale.
La lettera di convocazione era arrivata alcuni giorni prima e Lea non l'aveva notata in mezzo ai volantini dell'Ipercoop e all'ultimo numero di “Famiglia Cristiana”. Me l'ero ritrovata fra le mani quasi per caso, scartabellando fra la posta sul tavolo della cucina, mentre sbocconcellavo del formaggio in attesa del telegiornale. Il motivo esatto dell'incontro non veniva menzionato, ma a me non serviva molta fantasia: non vendevo un apparecchio da più di quattro mesi.
C'era stato un tempo in cui il mio lavoro mi piaceva. E, anni dopo, posso dire che l'unico motivo per cui mi piaceva era che lo sapevo fare. C'ero portato, insomma: ero un fuoriclasse della vendita a domicilio. Le mie prestazioni non erano mai una uguale all'altra. Esploravo con gli occhi ogni appartamento in cui entravo. Immediatamente ne scovavo un anfratto inaccessibile ai normali aspirapolvere e, dopo averci infilato un dito, mostravo al cliente quanto fosse nera e compatta la polvere che lo circondava, di cui lui neppure si rendeva conto. Poi estraevo il modello GK-761 – il Mostro, lo chiamavo così – montavo la spazzola adeguata e le facevo inghiottire lo sporco.
A quel punto era già fatta. Il resto erano solo chiacchiere, sorrisi, e ammiccamenti se si trattava di donne. Con i colleghi mi vantavo di non averne sfiorata nessuna, in dieci anni di attività, ma di essere arrivato così vicino a ognuna da indovinare la marca del bagnoschiuma. Ero un uomo attraente e loro mi offrivano dolciumi e caffè. Con l'indice alzato, io facevo segno di uno, per dire un solo cucchiaino di zucchero, per favore, e insieme specificare: «No, non verrò a letto con lei. Non le darò neppure un bacio. Le regalerò soltanto un po' di evasione e il più potente degli aspirapolvere». Soltanto una volta mi spinsi più in là, ma quella era una donna bella da far squagliare le gambe. Mi offrì delle meringhe fatte in casa, piccole come fiori sbocciati. Poi mi offrì di leccare lo zucchero che le era rimasto appiccicato alle dita e io non resistetti, ma un attimo prima che si sedesse sulle mie ginocchia, mi alzai, raccolsi i pezzi del Mostro, buttandoli per la prima volta alla rinfusa nella valigia, salutai frettolosamente e uscii, senza chiudere l'affare.
Un giorno persi semplicemente il ritmo. Non ero più capace. Dopo due o tre appuntamenti andati a vuoto, iniziai a dubitare delle mie capacità e ben presto smisi di crederci del tutto. Le mie dimostrazioni si facevano via via più noiose e goffe: le estremità dell'apparecchio non s'incastravano come avrebbero dovuto e l'aria aspirata le scalzava non appena azionavo l'aspirapolvere; il tubo si attorcigliava, mentre giravo maldestramente su me stesso; fiotti di polvere uscivano dalle guarnizioni del corpo principale, perché non avevo montato bene il sacchetto. Il Direttore del Personale usò l'espressione “prestazioni inefficaci” e io l'associai alle parole “finito”, “inutile”. “Licenziato”. Accompagnandomi alla porta, il Direttore mi cinse il collo con un braccio, perché avevamo più o meno la stessa età, mentre con la mano libera nascosta dietro la schiena mi spappolava il futuro come un frutto marcio. Prima di augurarmi buona fortuna, fece l'elenco dei benefit che dovevo restituire: l'automobile, il cellulare, la carta di credito. Anche l'aspirapolvere. Ma senza affannarmi, entro una settimana.
Quella sera evitai di fermarmi al bar della piazza, perché ci avrei trovato Angelo e gli altri, come tutte le volte, e mi sarebbe toccato spiegare perché buttavo giù una Sambuca via l'altra, senza farcela a sorridere. Proseguii fino al caffè La Meridiana, dove non mi conosceva nessuno. Insieme alla Sambuca mi portarono una ciotola con delle olive verdi, e una montagnola di patatine, già mollicce per l'umidità, dentro un'altra ciotola, identica. Scelsi il tavolino più distante dalla vetrata e mi sedetti con la faccia rivolta al muro. Non smisi di bere finché la nausea non mi costrinse.
Quando mi alzai erano passate le sette. Mi avvicinai alla cassa e, mentre faticavo a scegliere le banconote giuste nel portafoglio, pensai che da quell'istante esatto i soldi cominciavano a finire. Indugiai più del necessario, nella speranza ridicola che la signora mi facesse segno che eravamo a posto così. Dissi: «lo sa che ho un bambino piccolo? Di quattro mesi. Appena nato aveva la testa deformata dal parto. Pensavo gli sarebbe rimasta così, ma poi si è aggiustata. Il più grande va a scuola il prossimo anno, invece».
«Carino» commentò la signora. Non aggiunse altro e io lasciai i soldi sul piattino di ceramica, presi il resto e uscii.
Guidai incollato al parabrezza, con il gusto dell'anice che mi riempiva la bocca di rutti caldi a ogni irregolarità della strada. Scendendo la rampa dei garage, ci mancò poco che stringessi troppo la curva e raschiassi la fiancata. Poco importava, tanto l'auto non era più mia. Pensai che non gliela volevo lasciare così perfetta, non era giusto.
Dentro il box, spensi il motore, allentai la cinghia dei pantaloni e mi sollevai un po' sul sedile. Pisciai sul volante, sul cruscotto, sul tappetino, contro il parabrezza, sul sedile del passeggero e un po' anche sulle scarpe. “Eccoti l'automobile!” dicevo ad alta voce. “Eccoti il tuo benefit!”. L'odore di urina riempì l'abitacolo e io mi sentii per un momento pieno d'orgoglio.
Uscii dai garage e suonai il campanello di casa. Non mi aprì nessuno, così riprovai una seconda volta e poi una terza. Mi afferrò il panico. Che Lea lo sapesse già? Forse quelli della Karl Meyer avevano telefonato. Oppure aveva trovato la lettera nell'immondizia. No, non era possibile: l'avevo strappata in pezzetti minuscoli.
Finalmente mia moglie rispose al citofono. Disse qualcosa che non riuscii a capire, poi mi aprì. In ascensore mi addormentai per alcuni secondi, con la fronte poggiata al rivestimento fresco d'alluminio. Strascicai i piedi fino all'ingresso.
«Vittorio è sparito» mi disse Lea, prima ancora che varcassi la soglia. Io impiegai del tempo per associare un'immagine alle parole.
«Come sparito? Cosa dici?».
«Sì, è sparito. L'ho cercato dappertutto».
L'adrenalina che inondò il cervello mi restituì la lucidità tutta insieme.
«Sarà andato di sotto» dissi.
«Vitto non esce mai da solo».
«Si vede di sì questa volta. È successo qualcosa? L'hai sgridato?».
Lea mi fissò con sgomento e poi con disprezzo. Ero sicuro che avesse già avvertito l'odore della Sambuca nel mio alito, e forse anche quello del piscio che si asciugava sull'orlo dei pantaloni.
«Ma cosa stai dicendo? Mi stai dando la colpa? Io stavo cucinando questa stracazzo di cena mentre tu te ne stavi al bar con gli amici. Io...» s'interruppe.
«Hai ragione» le dissi. «Hai ragione. Ora vado a vedere giù. Lo troviamo. Lo troviamo. Tu cerca ancora in casa».
Corsi giù per le scale, come se stessi scappando. Chiamavo Vittorio. Bussai a tutte le cantine, perlustrai il giardino, m'inginocchiai per guardare sotto la siepe, aprii il cassonetto dell'immondizia e guardai in strada. Vitto non c'era e a me tremavano le gambe e le mani.
Esausto, mi sedetti sulla scala che porta ai garage. In autunno i gradini erano ricoperti dai malli viscidi delle noci sfasciate a terra. Ne strofinai un po' sul dito e lo annusai. Aveva un odore acerbo e nauseante. Dovevo cercare Vittorio, ma prima mi serviva un attimo per riposarmi. Mi girava la testa e forse stavo per vomitare.



IV
(Vittorio)


Mi sveglio che la musica è finita da un pezzo. Ho le braccia indolenzite e male in tutti i punti che sono rimasti a contatto con il fondo della valigia: la testa, la spalla sinistra, il fianco, quell'osso rotondo che spunta dalla caviglia. Sfilo gli auricolari da sotto il cappello di lana. Tutt'a un tratto non voglio più stare là dentro, in quella scatola buia e spigolosa. Ho voglia di saltare su come una molla, come Jack-In-The-Box, di rotolarmi sul tappeto e di vedere qualcosa di diverso dal nero-e-basta.
Tendo l'orecchio per capire se c'è qualcuno in salotto, se mia madre mi sta chiamando. Silenzio.
“Non mi ha trovato”, penso. “Forse non mi ha neppure cercato”.
Vorrei restare lì dentro solo per punirla e macerarmi ancora un po' in quel senso di abbandono, ma intanto Ippolito e Michele potrebbero già essere nella mia stanza, a frugare tra i giocattoli e a cercare di sfasciarne il maggior numero possibile.
Sollevo il coperchio della valigia di qualche millimetro e una linea orizzontale di luce m'inonda gli occhi, facendomeli strizzare. Piano piano mi abituo al chiaro. Non vedo piedi, né mezzi polpacci. Apro bene la valigia e, quando cerco di alzarmi, sento che ho le gambe piene di formichine e per poco non ricado a terra. Aspetto che il sangue le riempia di nuovo, poi esco dalla valigia.
Nessuna traccia dei Rinaudo, per fortuna. E nemmeno di mio padre: quando arriva appoggia il soprabito sul divano e l'orologio nello svuota tasche vicino al telefono.
Sbircio se la mamma è ancora in cucina, ma non c'è. In punta di piedi imbocco il corridoio e finalmente la trovo. È seduta sul lettone della sua camera e mi rivolge le spalle. Ha in braccio Gabriele e gli sta dando il latte. Lo capisco da come ondeggia avanti e indietro con il busto. Fa «shh» a mio fratello, anche se lui è già in silenzio. La sento tirare su con il naso. A volte diventa triste così e piange, quando mio padre non c'è.
Li lascio soli ed entro in camera mia. Nascondo il walk-man sotto il cuscino, insieme al cappello. Mi metto sdraiato a pancia in giù sul tappeto, con i piedi per aria. Attento a non fare rumore, apro un libro con le figure che stava già in terra. Faccio finta di guardarlo con interesse. Se la mamma mi domanderà: «Si può sapere dove ti eri cacciato?», le risponderò così: «Ero qui che guardavo il libro. Per tutto il tempo». A pensarci bene, mi sembra ancora più divertente.
Partecipa alla serata del
.12 giugno






Musica di
.Alessandro Lanzoni


 
 
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